Uras, la casa della morte
Il marito cessa di vivere 3 mesi dopo la moglie
URAS. Via Sassari è un budello. La parte centrale della strada è più in basso rispetto alle due estremità iniziali. E lì c’è una casa. È la casa della morte, la prima morte di una lunga serie che tingerà di nero il novembre di un anno fa. Uras ha un record che mai avrebbe voluto detenere, perché è un primato nerissimo, sporco come quell’onda fangosa che dai due lati della strada si concentrò al centro di via Sassari. Travolta da quell’onda in piena Vannina Figus, 64 anni, non seppe salvarsi. I familiari la cercavano sin dal primo pomeriggio del 18 novembre, quando la piena dei canali e gli altri mille rivoli d’acqua che scendevano verso il paese dal monte Arci, avevano già iniziato la loro opera di devastazione. Ma le comunicazioni erano interrotte, i telefoni non funzionavano e non c’era modo di avvicinarsi a certe zone di Uras.
Così, quando il maresciallo dei Cacciatori di Sardegna, Massimiliano Concas, entrò nella casa assieme ai suoi sottoposti e a un vigile del fuoco, era troppo tardi. I militari camminarono per via Sassari rischiando tanto. L’acqua gli arrivava al petto, ma nonostante ciò riuscirono ad aprire una finestra della casa. Fu come aprire uno squarcio verso l’abisso. La pensionata era morta, il suo corpo galleggiava senza vita al piano terra dell’abitazione e pochi metri più in là c’era il marito Pietro Pia. Era in stato di incoscienza, travolto anch’egli dalla piena del fango. Malato e con gravi problemi di deambulazione era rimasto inchiodato alla sua sedia. La moglie aveva la salvezza a portata di mano, le sarebbe bastato fare solamente qualche metro e salire qualche gradino per mettersi in salvo. Poteva salire al primo piano della casa, invece rimase lì, con l’acqua che ogni secondo si faceva sempre più minacciosa e alta. Non aveva voluto lasciare da solo il marito, voleva aiutarlo o semplicemente esser con lui se l’alluvione avesse voluto inghiottire il suo corpo.
Invece accadde il contrario. Gli stenti e la fatica fiaccarono il fisico di Vannina Figus che cedette per prima, mentre Pietro Pia, sebbene avesse rischiato di andare in ipotermia fu portato fuori vivo dalla casa di via Sassari.
Due giorni dopo non era in chiesa a dare l’ultimo saluto alla moglie, perché si trovava in ospedale. Al San Martino di Oristano rimase a lungo, nella speranza che il suo fisico e il suo spirito duramente provati da quanto era accaduto nella casa di una vita, reagissero. Quando sembrava che le sue condizioni fisiche non fossero più critiche come all’inizio, fece rientro a casa. Ma ai primi di febbraio, circa tre mesi dopo l’alluvione, Pietro Pia cessò di vivere. Per i familiari, per Uras e per l’intera Sardegna fu come se il Ciclone Cleopatra avesse fatto un’altra vittima. La ventesima.
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