Il pm: «Condannate Nizzi e Giovannelli»
Bufera sullo smaltimento dei rifiuti, l’ex sindaco e l’ex presidente del Cipnes, con altri 4 indagati, faranno opposizione
OLBIA. L’inchiesta sui rifiuti tossici che venivano stoccati senza autorizzazione nella discarica consortile di “Spiritu Santu” si conclusa, ieri, con la richiesta della procura della Repubblica di un decreto penale di condanna per 6 indagati. Per il sostituto procuratore della Repubblica di Tempio Ginevra Grilletti l’ex sindaco di Olbia Gianni Giovannelli, il dirigente del settore ambiente del Comune Antonello Zanda, l’ex presidente del Cipnes (e attuale sindaco della città) Settimo Nizzi, il dirigente del settore ambiente della zona industriale Giovanni Maurelli, il dirigente del servizio manutenzioni del Cipnes Gabriele Filigheddu e il direttore generale del consorzio industriale di Olbia, Aldo Carta, dovrebbero essere condannati al pagamento di una ammenda di duemila euro per aver consentito l’utilizzo, illegittimo, della discarica consortile.
Il deposito di rifiuti speciali di ogni genere, stando agli accertamenti portati avanti dagli ispettori dell’Arpas, avrebbe comportato, dal luglio 2012 al marzo del 2014, l’inquinamento del suolo e delle falde acquifere della zona di Spiritu Santu contaminate da percolato contenente ferro, manganese, ioni, ammoniaca, coliformi e fenoli, rilevati dalle ispezioni nei pozzi spia, superando la soglia di tolleranza, da qui la denuncia dei sei alla magistratura che ieri ha chiuso l’indagine chiedendo per tutti il decreto penale di condanna al gip del tribunale di Tempio.
Ora la palla passa in mano ai legali che assistono il gruppo di politici, amministratori e funzionari – gli avvocati Jacopo Merlini, Giovanna Maria Poggi, Sergio Milia e Bettino Arru – i quali dovranno, entro il termine di 15 giorni dalla notifica degli atti, presentare opposizione motivandone la richiesta al gip. Il caso era venuto alla luce dopo le segnalazioni dell’Arpas, che aveva rilevato valori superiori alla soglia di tollerabilità nelle acque prelevate dai pozzi spia. Stando all’inchiesta appena terminata la responsabilità degli indagati, in concorso fra loro, sarebbe da imputare alla funzione pubblica rivestita «quali detentori o gestori dell’attività soggetta all’autorizzazione integrata ambientale». Gli indagati avrebbero «consentito il superamento dei valori di concentrazione limite accettabili nel sottosuolo» e, ancora, tollerato «la presenza in discarica di rifiuti plastici e pneumatici, la presenza di trasudamento di percolato in vari punti della discarica, la mancata copertura con teli della frazione di carta e cartone, la presenza di materiali elettrici in cattivo stato di conservazione, il conferimento in fosse aperte di rifiuti indifferenziati, l’insufficiente separazione di rifiuti». Per i legali si tratta di contestazioni che cadranno in sede di opposizione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
