La longevità nelle ricette sardo-giapponesi

Show cooking degli chef Hiro e Sanna all’interno del “Wine e food festival” organizzato da Marriott

INVIATA A PORTO CERVO. Le ricette della longevità le portano in tavola gli chef di due isole di centenari. Da Okinawa Hiro e da Samassi Alberto Sanna. Nello show cooking all’interno del “Porto Cervo wine & food festival” i due guru dei fornelli creano dei piatti con materie prime semplici e genuine, uno dei segreti della lunga vita. Ed ecco che davanti al pubblico del Conference center propongono il matrimonio tra terra e mare. Il cuoco di Samassi si esibisce in un rotolo di semola al nero di seppia mantecato al merluzzo, con gel di pomodoro camona. Chef Hiro trasferisce le sue doti creative su gamberi marinati crudi con un tocco di sapore dato dalla rapa rossa. Ultimo appuntamento di una tre giorni di altissimo livello che ha fatto incontrare produttori di tutta Italia e buyer. Tantissime le persone che nell’ultima giornata hanno preso d’assalto la sala degustazioni aperta dalle 11 alle 18. In vetrina i big dei vini sardi e del resto della penisola. 80 le aziende, 58 per il wine e 22 per il food. Un successo a cui hanno contribuito anche gli eventi collaterali organizzati nella tre giorni del gusto. Tra questi l’interessante dibattito sui vitigni autoctoni. Affascinante il racconto di Gianni Bacchetta, direttore dell’Orto botanico di Cagliari e professore dell’università di Cagliari. Negli ultimi anni in Sardegna sono state fatte alcune importanti scoperte archeologiche che hanno permesso di riscrivere la storia del vino in Europa. Quasi una favola lunga 4500 anni. «Nei pressi di Santadi sono stati ritrovati dei vinaccioli databili 2500 avanti Cristo – ha raccontato Bacchetta – mentre lungo il corso del Tirso, nel villaggio nuragico di Sa Osa, sono emersi dei pozzi in cui erano perfettamente conservati alimenti risalenti al 1400 avanti Cristo. Noci, meloni, carne di cervo, e due tipi di uva: malvasia e vernaccia». Il vino era una bevanda diffusa nella Mezzaluna fertile già nel 6mila avanti Cristo. Poco dopo raggiunse le sponde del Mediterraneo orientale ma in Europa arrivò molto tempo dopo». Risale invece al nono secolo avanti Cristo il torchio più antico dell’Europa Occidentale, scoperto dall’archeologo Giovanni Ugas nel 1993 a Monastir, durante i lavori per la strada 131. «Gli studi e le analisi che abbiamo fatto su quel torchio ci hanno permesso di retrodatare la capacità di vinificare dei nuragici al nono secolo, di fatto prima di qualsiasi altro popolo europeo». Secondo Bacchetta i nuragici hanno saputo coltivare il vitigno del Cannonau per primi e poi sono riusciti a esportarlo fuori dall’isola, da dove si è poi diffuso in varie zone dell’Europa. Bacchetta è a capo del progetto scientifico che sta analizzando le peculiarità genetiche dei vitigni nuragici. «L’obiettivo è riprodurre lo stesso vitigno e quindi lo stesso vino che si produceva 4 mila anni fa». Da Giuseppe Carrus, giornalista del Gambero Rosso, un invito ai produttori a raccontare di più la Sardegna della storia e dei territori nei loro vini. «Per troppo tempo le aziende vitivinicole isolane hanno dato grande risalto ai singoli brand, alle etichette e ai loro nomi, relegando la zona di provenienza in diciture oscure, minuscole, quasi illeggibili e certamente ignorate. Questo è accaduto per decenni. La Sardegna intesa come luogo di produzione di grandi vini, di fatto non è abbastanza riconosciuta. Già dagli anni Ottanta avrebbe potuto valorizzare le sue caratteristiche derivanti dall’estrema varietà del clima, invece ha preferito puntare tutto sulle denominazioni commerciali».

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