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Olbia

“Ius soli”, il Labint lancia un appello: digiuno a staffetta

di Dario Budroni
“Ius soli”, il Labint lancia un appello: digiuno a staffetta

Al via la campagna del Laboratorio per l’integrazione Francesca Ena: è rivolta soprattutto a medici e insegnanti

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OLBIA. I diritti sono diritti. Soprattutto quando di mezzo ci sono i bambini. E per questo anche in città parte il digiuno a staffetta per lo «ius soli». L’obiettivo dell’azione simbolica è far pressione affinché la legge venga approvata in tempi brevi. A impugnare la staffetta è il Labint, il laboratorio interculturale che da 20 anni si batte per l’integrazione. E in particolare è Francesca Ena, pediatra e storico membro del Labint, che fa proprio l’appello lanciato dalla Società italiana di medicina delle migrazioni e invita soprattutto insegnanti e medici della città a fare altrettanto.

Lo «ius soli». Francesca Ena ci tiene a illustrare le fondamenta dello «ius soli» e dello «ius culturae», ora in esame al Senato. «Nel primo caso la cittadinanza può essere richiesta dal genitore per il figlio nato in Italia e può essere concessa a determinate condizioni. Il genitore deve essere titolare di permesso di soggiorno permanente o essere in possesso di soggiorno Ue di lungo periodo, deve soggiornare in Italia da almeno 5 anni, deve aver superato un test di lingua e deve avere un reddito minimo pari a quello dell’assegno sociale Inps - spiega Francesca Ena -. Nel secondo caso, la cittadinanza la acquisisce il figlio di genitori stranieri nato in Italia o ricongiunto entro i 12 anni che abbia frequentato in italia e con esito positivo per almeno 5 anni un corso di studio o professionale. Anche in questo caso il genitore deve essere regolarmente soggiornante. Inoltre sono sempre esclusi i soggetti socialmente pericolosi».

Questione di diritti. Di conseguenza, i minori stranieri che potrebbero diventare cittadini italiani sono 800mila, di cui 643mila nati in Italia. Il 44 per cento di fede cristiana, il 38 di fede musulmana. «Chi sono questi futuri italiani? Sono bambini. E la stragrande maggioranza di loro in questo momento è in un’aula di scuola e a seconda di dove vivono parlerà con la cadenza del posto - continua Francesca Ena -. Loro non sanno cosa vuol dire cittadinanza, si sentono italiani e basta. Non capiscono cosa abbiano di diverso dai compagni di scuola, di giochi e di vita. Da pediatra, sottolineo quanto sia importante il benessere psicofisico dei bambini, anche rispetto alla possibilità di completare con serenità il percorso scolastico avendo le stesse opportunità dei compagni di banco. Al contrario, la sensazione di esclusione minerebbe l’autostima o alimenterebbe sentimenti negativi. Se non facciamo questo scatto di civiltà questi bambini cresceranno in una condizione di discriminazione rispetto ai coetanei di cui non condividono i diritti civili nonostante i loro genitori condividano al contrario tutti i doveri degli italiani, per esempio le tasse».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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