«Né il lavoro né i sussidi rischiamo la catastrofe»

Contratti di tre mesi, Naspi al minimo, licenziamenti e il calvario dei contagiati Di Lorenzo (Cgil) tira le prime somme della stagione: «Novembre sarà durissimo»

OLBIA. «Novembre». Luisa Di Lorenzo lo pronuncia con preoccupazione. È come se dicesse: «11 settembre», il giorno del crollo delle torri gemelle. «Novembre – spiega – è il mese in cui vedremo, temo, l’effetto catastrofico della pandemia sul mondo del lavoro». Luisa Di Lorenzo è il segretario generale della Cgil gallurese. L’estate è finita, chiudono anche le ultime attività legate al turismo, il settore economico di punta del nord est sardo e non solo, e per il sindacato – oberato con non mai dalle richieste di assistenza da parte dei lavoratori – è il momento di tirare le prime somme.

Meno 14mila. Il numero di partenza è, più o meno, -14mila. «Secondo il rapporto dell’Aspal – spiega Di Lorenzo – sono gli avviamenti al lavoro in meno stipulati nel nostro territorio dall’inizio dell’emergenza Covid fino a settembre. Sono i contratti in meno, e riguardano per lo più il turismo. Non corrisponde direttamente al numero dei disoccupati in più, perché un persona può stipulare più contratti in una stagione. Ma è comunque indicativo di quello che è accaduto e sta accadendo. E non è il solo, c'è un altro numero importante: la durata dei contratti».


Lavoratori di alberghi, ristoranti, di altre attività turistiche, vigilantes, manutentori, giardinieri e tanti altri: nell’era pre-coronavirus «i contratti di lavoro duravano da sei a otto mesi – chiarisce la numero uno della Cgil gallurese –, quest’anno invece si sono ridotti a tre mesi, nella migliore delle ipotesi». Ovvero da giugno alla mazzata dei contagi al Billionaire e in altri locali della Costa, che ad agosto hanno demolito l’immagine della Costa mettendo in fuga i turisti che erano qui e spingendo chi doveva venire a girare al largo. Con un effetto moltiplicatore del disastro.

Contratti e sussidi tagliati. «Con la riduzione della durata dei contratti – prosegue Di Lorenzo – si riduce anche la Naspi, l’indennità mensile di disoccupazione che viene corrisposta per un periodo pari alla metà di quello lavorato. I nostri stagionali che lavoravano sei mesi avevano diritto a tre mesi di Naspi, chi di mesi ne lavorava otto aveva il sussidio per quattro mesi e copriva l’intero anno. Ci sono moltissime persone che lavorando solo d’estate hanno tirato su la famiglia. Ora con un contratto di soli tre mesi, riceveranno il sussidio solo per un altro mese e mezzo». E sarà il dramma.

Licenziamenti. A novembre, calcola la Cgil, migliaia di persone si ritroveranno senza un reddito. Anche perché insieme alla Naspi finirà lo stop ai licenziamenti. «Lo sappiamo già – dice il segretario generale gallurese della Cgil – appena cadrà il blocco molte aziende ci contatteranno per avviare i licenziamenti. Molte sono in difficoltà. Lo sappiamo perché negli ultimi mesi sono aumentate le dimissioni volontarie dei lavoratori, “spinte” dalle aziende che non pagano: stiamo lavorando molto di più per assistere chi resta senza stipendio e riceve i sussidi in ritardo. È capitato, addirittura, che i consulenti siano venuti a chiedere a noi, il sindacato dei lavoratori, come potevano licenziare!».

Lavoratori contagiati. Il Covid, ovviamente, non guarda in faccia a nessuno e non ti risparmia neppure se, con il tuo lavoro, devi mandare avanti la famiglia. I contagi non hanno colpito solo i dipendenti di Briatore & C. «Nel settore turistico – prosegue Di Lorenzo – negli ultimi mesi i casi di positività sono cresciuti. Chi va a lavorare in ville e yacht, come gli impiantisti ad esempio, chi va a fare le consegne a domicilio e così via: i casi sono parecchi e sono equivalenti agli infortuni sul lavoro. Per molti lavoratori è un altro calvario. Non c’è un corridoio sanitario chiaro e sicuro, ma un percorso a ostacoli reso intollerabile dalla burocrazia». Il lavoratore che scopre di essere positivo – denuncia la segretaria Cgil – avverte l’Ats, che però tarda con le verifiche e con la certificazione, che i medici di base non fanno perché dicono che spetta all’igiene pubblica, e così bisogna starsene a casa, abbandonati, senza avere la possibilità di giustificarsi con l’azienda. «Inaccettabile – conclude Luisa Di Lorenzo – Sarà un novembre durissimo ma non staremo a guardare».
 

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