La Nuova Sardegna

Olbia

«La sentenza non allevia il dolore»

di Tiziana Simula
«La sentenza non allevia il dolore»

Parla Alessandro Fiore che nella voragine sulla strada ha perso i genitori e la madre della moglie

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OLBIA. «Non c’è soddisfazione, non ci può essere neanche dopo una sentenza che individua delle responsabilità. Da una situazione come questa, con un dolore così grande, si esce comunque sconfitti. Non riesco neanche a spiegare che cosa si prova, sto ancora mettendo in ordine i pensieri. Sono passati quasi nove anni ed è stato tutto tremendamente difficile». Nel crollo della strada di Monte Pino, in quel maledetto 18 novembre 2013, Alessandro Fiore ha perso suo padre e sua madre, Bruno Fiore e Sebastiana Brundu, e sua suocera, Maria Loriga, madre di sua moglie Lucia. Tutti e tre viaggiavano sulla stessa macchina inghiottita nella voragine della morte che ha squarciato l’asfalto sulla strada provinciale 38 bis, travolti e sepolti da un fiume di acqua e fango. Tre vite volate via insieme, mentre l’inferno scatenato dal ciclone Cleopatra seminava lutto e devastazione in tutta la Gallura.

Avevano trascorso la giornata a Olbia a casa di un parente e verso le 17 si erano messi in macchina per rientrare a Tempio. Ma a casa non ci sono mai arrivati. In quasi nove anni di processo, Alessandro Fiore non ha mai perso un’udienza. Era sempre in aula ad ascoltare testimoni, periti, investigatori, accusa e difesa. Era lì anche l’altro ieri, insieme ai familiari delle altre vittime, mentre il giudice Camilla Tesi leggeva la sentenza con cui giudicava colpevoli due dirigenti e un tecnico della Provincia, Pasquale Russo, Giuseppe Mela e Graziano Sini, mandava assolto un altro tecnico, Francesco Prunas, e dichiarava la Provincia di Sassari responsabile della tragedia sul piano civile. In silenzio, con gli occhi gonfi di lacrime ha ascoltato la lettura della sentenza.

«Io e mia moglie non abbiamo ancora realizzato, non so neanche spiegare quello che proviamo», dice Alessandro Fiore, ortopedico in servizio all’ospedale di Tempio, padre di due bambini di 6 e 3 anni che hanno conosciuto i nonni solo attraverso le fotografie.

«Non siamo forcaioli – prosegue – ma finalmente è stata riconosciuta la morte di tre persone. Che hanno perso la vita non mentre stavano a casa loro, ma mentre percorrevano una strada. È incredibile che per riconoscere questo diritto ci siano voluti quasi nove anni. È incredibile che i familiari delle vittime debbano aspettare tutto questo tempo, col rischio incombente della prescrizione e del mancato riconoscimento del danno subito. Siccome sono morti sulla strada, io credo che la Provincia debba attivare le assicurazioni, riconoscere automaticamente il risarcimento senza aspettare anni che si definisca il giudizio magari bloccato dalla prescrizione che cancella ogni diritto. Affrontare il processo non è stato facile, è una ferita che sanguina in continuazione. E non è una bella sensazione essere visti come quelli che magari stanno cercando di speculare sulla morte dei propri cari, perché è così che spesso ci siamo sentiti».

«Per quanto riguarda le responsabilità per il crollo della strada, non so cosa dire – dice ancora Alessandro Fiore –. Se c’erano persone responsabili che non sono, però, andate a processo, come hanno detto più volte in aula i difensori degli imputati, non è colpa nostra, ma di chi ha fatto le indagini. A noi, resta il dolore, nessuno ci restituirà i nostri cari. E non si prova soddisfazione neppure dopo una sentenza di condanna». Ci sono delle persone che Alessandro Fiore vuole ringraziare: «I nostri avvocati, Massimo e Roberto Delogu, e prima di loro, il padre Mariano Delogu che per primo ci ha assistiti, per la loro umanità e vicinanza».

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