Sequestri, faide e omicidi: Angelo Merlini e i suoi cinquant’anni in tribunale
Tiziana Simula
L’avvocato ripercorre la carriera professionale cominciata nel ’72. Tra i processi quello a Maria Ausilia Piroddi (Cgil): l’arringa difensiva durò 24 ore
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OLBIA. La toga addosso come una seconda pelle e di metterla nell’armadio ancora non se ne parla. «Continuerò la professione finché avrò contezza che il mio cervello funziona», dice Angelo Merlini, penalista nuorese, 74 anni, cinquanta dei quali trascorsi ad esercitare la professione. Fare l’avvocato è stata una scelta di vita e quella passione che sentiva a 24 anni continua ad alimentare tuttora la sua esistenza. Il mezzo secolo trascorso nei tribunali è un libro fitto di pagine di storia giudiziaria della Sardegna e dei suoi più efferati crimini. Difensore di brigatisti, banditi, sequestratori, killer spietati, Merlini ha conosciuto sia il vecchio che il nuovo processo penale e ha vissuto la metamorfosi della criminalità sarda, passata dalle faide e i sequestri di persona agli assalti ai portavalori, per arrivare alla coltivazione e allo spaccio di droga. «La criminalità si adegua alla società nella quale opera – spiega –. I reati legati all’ambiente agro pastorale e al controllo del territorio, e i sequestri di persona vanno a morire nei primi anni ’90, messi a rischio dalle tecnologie e dalla difficoltà di ripulire i soldi. Prendono piede gli assalti ai portavalori: azioni immediate, soldi subito e tanti quanti quelli dei sequestri di persona. Ma molti assalti falliscono: i banditi non sono preparati, e se ti acchiappano ti becchi l’ergastolo. Si ritorna agli ovili e alle campagne. Che diventano estese piantagioni di droga». Nel lungo elenco dei clienti nomi celebri. Come quello di Flavio Carboni, Renato Vallanzasca, Vincenzo Chiodo (omicida del figlio di Santino di Matteo, in Sicilia), Annino Mele. C’è pure un record da ricordare nei suoi 50 anni di professione: il più lungo esame di un imputato nella storia giudiziaria italiana con 5mila domande per 12 udienze e 24 ore di arringa difensiva suddivisa in tre giorni. È il primo processo per mafia in Sardegna e l’imputata è la sindacalista della Cgil Maria Ausilia Piroddi, condannata all’ergastolo per due omicidi.
Il debutto. L’attrazione per la professione nasce da ragazzino. «Facevo “vela” a scuola per andare in tribunale ad ascoltare i grandi avvocati nuoresi: Pietro Mastino, Gonario Pinna, Ziccu Murgia, Luigi Oggiano, Antonio Monni e tanti altri, che erano per noi un richiamo irresistibile». Nel marzo 1972, ancora praticante, il suo primo processo come difensore. «Tutelavo un malcapitato di Lodè che si era affidato ad un ragazzino ventiquattrenne come me che lo avrebbe dovuto tutelare davanti al Pretore di Siniscola. Dopo aver preparato con cura maniacale il processo mi presentai in aula dove, però, il magistrato mi nominò immediatamente difensore d'ufficio in un altro procedimento. Terrorizzato scoprii che uno dei grandi maestri nuoresi si stava costituendo parte civile contro il mio sconosciuto difeso d'ufficio. Raccogliendo le poche forze che mi rimanevano mi avvicinai a lui e gli spiegai che era la prima difesa della mia vita. Conosceva mio padre e mi sorrise. Mi disse: «Non ti preoccupare, segui il tuo istinto. Innanzi tutto opponiti a qualsiasi richiesta io faccia». Così feci per tutto il tempo, tanto che il giudice, alla mia ennesima opposizione, mi fece avvicinare al suo scranno e mi chiese di smettere di fare tanto chiasso e di non seguire più i telefilm di Perry Mason che a suo avviso stavano ispirando il mio comportamento». Per i primi vent’anni della sua vita, l’avvocato Giannino Guiso fu il suo indimenticabile maestro. A 25 anni, appena diventato procuratore, debuttò in tribunale a Nuoro. Nel ’73 l’esordio in Corte d’Assise a Oristano: duplice omicidio causato da dissidi tra pastori. Oltre 30 udienze, decine di faldoni. «Avevo preparato l’arringa, centinaia di fogli scritti. Ma appena cominciai a parlare, con le gambe tremolanti e il cuore in subbuglio, e a dire la fatidica frase “Signor presidente...” l’avvocato Guiso si portò via tutto quello che avevo scritto e fui costretto a parlare a braccio. Quando lo rividi mi citò una frase di Cicerone “Res tene, verba sequentur”, abbi in mente il concetto, le parole seguiranno. Fu una grande lezione».
Carriera vorticosa. Da quel momento la carriera diventò vorticosa. Con molte decine di processi per sequestri di persona, di cui, in svariati casi, condusse lui le trattative. Poi, le sanguinose faide (Mamoiada, Noragugume, per citarne alcune), un numero infinito di omicidi. E ancora. La Superanonima a Cagliari, primo processo istruito dal giudice Luigi Lombardini, con 12 sequestri di persona in un unico processo e 130 imputati, la seconda Superanonima, con 100 imputati per sequestri di persona avvenuti in Gallura tra gli anni ’70 e ’80. Ma l’elenco dei processi è lungo: dalla strage di Chilivani a Barbagia rossa, dal duplice omicidio di Orune e Nule al recente omicidio del Lago, dall’alluvione di Olbia ai processi in difesa del Qatar. Merlini ricorda i suoi burrascosi rapporti col giudice Lombardini. Era la fine degli anni ’70 e si stava occupando del processo per il sequestro e omicidio di Puccio Carta, figlio del presidente di Alisarda. «Difendevo Antonio Crivelli, ritenuto il latitante sardo più pericoloso. Nel corso del processo ho dismesso il mandato difensivo e ho chiesto di essere interrogato sui metodi d'indagine di Lombardini. Ciò accadde e si scatenò uno scandalo che mi vide contrapposto a lui per molto tempo e con scontri memorabili». Negli anni ’90, a Olbia, intervenne nelle trattative con i rapinatori che assaltarono il Banco di Napoli e li fece consegnare alla polizia.
Tribunale a Olbia? «Da uomo dell’interno capisco la necessità di Tempio di conservare il tribunale – dice –. Come altre piccole realtà soffre una grave crisi di sopravvivenza per cui ritiene che lo spostamento dell’ufficio corrisponda a un’ennesima condanna di morte della città. In linea di massima sono d’accordo, ma da tecnico ritengo che l’amministrazione della giustizia debba operare dove alto è il tasso della criminalità. Ed è indubbio che Olbia sia una città particolarmente pericolosa e difficile. Ritenere inamovibile il tribunale da Tempio per motivi funzionali alla sopravvivenza della città è come considerare la giustizia un ammortizzatore sociale. Ma la giustizia non è questo».
Il debutto. L’attrazione per la professione nasce da ragazzino. «Facevo “vela” a scuola per andare in tribunale ad ascoltare i grandi avvocati nuoresi: Pietro Mastino, Gonario Pinna, Ziccu Murgia, Luigi Oggiano, Antonio Monni e tanti altri, che erano per noi un richiamo irresistibile». Nel marzo 1972, ancora praticante, il suo primo processo come difensore. «Tutelavo un malcapitato di Lodè che si era affidato ad un ragazzino ventiquattrenne come me che lo avrebbe dovuto tutelare davanti al Pretore di Siniscola. Dopo aver preparato con cura maniacale il processo mi presentai in aula dove, però, il magistrato mi nominò immediatamente difensore d'ufficio in un altro procedimento. Terrorizzato scoprii che uno dei grandi maestri nuoresi si stava costituendo parte civile contro il mio sconosciuto difeso d'ufficio. Raccogliendo le poche forze che mi rimanevano mi avvicinai a lui e gli spiegai che era la prima difesa della mia vita. Conosceva mio padre e mi sorrise. Mi disse: «Non ti preoccupare, segui il tuo istinto. Innanzi tutto opponiti a qualsiasi richiesta io faccia». Così feci per tutto il tempo, tanto che il giudice, alla mia ennesima opposizione, mi fece avvicinare al suo scranno e mi chiese di smettere di fare tanto chiasso e di non seguire più i telefilm di Perry Mason che a suo avviso stavano ispirando il mio comportamento». Per i primi vent’anni della sua vita, l’avvocato Giannino Guiso fu il suo indimenticabile maestro. A 25 anni, appena diventato procuratore, debuttò in tribunale a Nuoro. Nel ’73 l’esordio in Corte d’Assise a Oristano: duplice omicidio causato da dissidi tra pastori. Oltre 30 udienze, decine di faldoni. «Avevo preparato l’arringa, centinaia di fogli scritti. Ma appena cominciai a parlare, con le gambe tremolanti e il cuore in subbuglio, e a dire la fatidica frase “Signor presidente...” l’avvocato Guiso si portò via tutto quello che avevo scritto e fui costretto a parlare a braccio. Quando lo rividi mi citò una frase di Cicerone “Res tene, verba sequentur”, abbi in mente il concetto, le parole seguiranno. Fu una grande lezione».
Carriera vorticosa. Da quel momento la carriera diventò vorticosa. Con molte decine di processi per sequestri di persona, di cui, in svariati casi, condusse lui le trattative. Poi, le sanguinose faide (Mamoiada, Noragugume, per citarne alcune), un numero infinito di omicidi. E ancora. La Superanonima a Cagliari, primo processo istruito dal giudice Luigi Lombardini, con 12 sequestri di persona in un unico processo e 130 imputati, la seconda Superanonima, con 100 imputati per sequestri di persona avvenuti in Gallura tra gli anni ’70 e ’80. Ma l’elenco dei processi è lungo: dalla strage di Chilivani a Barbagia rossa, dal duplice omicidio di Orune e Nule al recente omicidio del Lago, dall’alluvione di Olbia ai processi in difesa del Qatar. Merlini ricorda i suoi burrascosi rapporti col giudice Lombardini. Era la fine degli anni ’70 e si stava occupando del processo per il sequestro e omicidio di Puccio Carta, figlio del presidente di Alisarda. «Difendevo Antonio Crivelli, ritenuto il latitante sardo più pericoloso. Nel corso del processo ho dismesso il mandato difensivo e ho chiesto di essere interrogato sui metodi d'indagine di Lombardini. Ciò accadde e si scatenò uno scandalo che mi vide contrapposto a lui per molto tempo e con scontri memorabili». Negli anni ’90, a Olbia, intervenne nelle trattative con i rapinatori che assaltarono il Banco di Napoli e li fece consegnare alla polizia.
Tribunale a Olbia? «Da uomo dell’interno capisco la necessità di Tempio di conservare il tribunale – dice –. Come altre piccole realtà soffre una grave crisi di sopravvivenza per cui ritiene che lo spostamento dell’ufficio corrisponda a un’ennesima condanna di morte della città. In linea di massima sono d’accordo, ma da tecnico ritengo che l’amministrazione della giustizia debba operare dove alto è il tasso della criminalità. Ed è indubbio che Olbia sia una città particolarmente pericolosa e difficile. Ritenere inamovibile il tribunale da Tempio per motivi funzionali alla sopravvivenza della città è come considerare la giustizia un ammortizzatore sociale. Ma la giustizia non è questo».
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