La Nuova Sardegna

Olbia

Tra passato e presente

Olbia, viaggio a Sa Rughe: il rione dei pescatori che ha cambiato la sua anima

di Dario Budroni

	Mitilicoltori olbiesi in una foto d'epoca (archivio Bigi)
Mitilicoltori olbiesi in una foto d'epoca (archivio Bigi)

Dalle reti agli aperitivi sul lungomare: sulle tracce di una città che non c’è più

22 giugno 2024
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Olbia. Se Tony De Rosas si affacciasse di nuovo da quel balcone riconoscerebbe solo l’isola di Tavolara dipinta di rosso. Le altre sequenze di vita quotidiana raccontate nel testo della sua S’Indattaraiu, invece, hanno fatto la fine delle pellicole in bianco e nero. Tutto superato, tutto finito nella scatola dei ricordi. Altro che barche di legno che navigano verso il sole e mitilicoltori che tornano a casa con lo stomaco vuoto e la stanchezza nelle braccia. Nel vecchio rione dei pescatori adesso si sorseggiano gustosi aperitivi davanti a un lungomare fatto di granito chiaro e aiuole verdi. Sa Rughe conserva il nome ma ha perso la sua anima: è la città che cambia, che cresce e che si trasforma. Serve un bel po’ di fantasia per riuscire a immaginare come si presentava questo quartiere fino a non troppo tempo fa. Perché nel giro di una manciata di anni qui è davvero scomparso tutto. I chiattini, i pontili malandati, le persone che con il mare ci lavoravano. E di conseguenza è scomparsa anche una festa che per molti era anche più importante di San Simplicio. E cioè quella di San Giovanni e della Madonna del Mare: con fatica ha resistito la processione a mare, ma del salto dei fuochi per diventare compari e della mega frittura in piazza Crispi ormai non c’è più traccia. La festa di San Giovanni, in passato, si celebrava proprio in questi giorni. Ma dove il comitato montava i padelloni pieni di olio bollente adesso ci sono i turisti che fanno lo slalom tra le fontanelle del lungomare.

Pescatori addio. La grande opera di riqualificazione del quartiere, trainata dalla realizzazione del nuovo lungomare, ha cambiato i connotati di Sa Rughe. Ma c’è da dire che il vecchio rione dei pescatori – almeno per quanto riguarda la sua anima antica – si trovava sulla via del tramonto già da un pezzo. I lavoratori del mare sono quasi tutti invecchiati o scomparsi. Oppure si sono trasferiti altrove. Come i mitilicoltori: l’attività resiste e si ingrandisce ma è tutta concentrata al di là del porto. E così, al posto del vecchio Bar dei Pescatori, che si affacciava su una caserma dei vigili del fuoco che non esiste più, adesso c’è il My Bar di Quirico Mele. Aperitivi, vini al calice, panini ai polpi, turisti in pantaloncini corti e olbiesi in pausa pranzo. «Io sono qui da quindici anni e le cose erano già cambiate – spiega Mele –. I vecchi pescatori erano già diventati anziani. Ogni tanto passa qualcuno di quelli che un tempo erano i più giovani, ma è ovvio che quel periodo è ormai finito. Quando sono arrivato, comunque, non avevamo praticamente nulla: adesso abbiamo una bellissima piazza e i nostri tavoli si riempiono di ragazzi anche molto giovani. Tutto molto diverso». Da quando è stato inaugurato il lungomare, nel 2021, sono spuntati come funghi locali, ristoranti, gelaterie. Le vecchie case dei pescatori hanno così cominciato a fare gola, tanto che l’amministrazione ha voluto stabilire alcuni limiti urbanistici per scongiurare lo stravolgimento dello skyline. Le testimonianze dei tempi andati continuano dunque a scomparire insieme alle persone. Resta qualcosa, come la targa che segnala il palazzo dei tarantini, in piazza Crispi. Qui abitavano le famiglie, come i De Michele e i Tancredi, arrivate appunto da Taranto per scommettere sulla mitilicoltura. In un altro angolo, invece, c’è ancora l’insegna sbiadita della Pescheria dei pescatori. Era quella gestita dalla Cooperativa olbiense. Venne fondata nel 1948 e contava decine di soci. Adesso non esiste più. Il quartiere ha insomma cambiato il suo volto e di questo se n’è decisamente accorta anche Valeria Pintus. Era il 1988 quando il padre Osvaldo prese posto dietro il bancone del Caffè della piazza. «Ricordo piazza Crispi con i pini e le numerose famiglie dei pescatori – racconta lei –. E poi la festa con il salto dei fuochi e le grandi fritture di pesce. Ma è cambiato tutto, anche la nostra clientela. Prima era composta prevalentemente da uomini, ordinavano un vinello e la birra da 0,66. Adesso non la diamo più. La riqualificazione del quartiere, comunque, è stata importante. Dovrebbero però organizzare qualche evento in piazza, servirebbe qualche attrazione in più».

La storia. E uno che certe cose le ricorda piuttosto bene è Raffaele Bigi. È il presidente del consorzio dei molluschicoltori ed è da generazioni che la sua famiglia si occupa di mitilicoltura. Il brano S’Indattaraiu, simbolo dell’olbiesità, il cantante Tony De Rosas lo dedicò proprio a suo zio, Armando Bigi. «Il quartiere cominciò a svilupparsi dopo la prima guerra mondiale – racconta Raffaele Bigi –. Iniziò a popolarsi di pescatori e arsellatori. Tutto molto popolare. Le massaie andavano a raccogliere le arselle con il cucchiaio. Ci facevano il riso, era il piatto povero per eccellenza. Buonissimo, comunque. C’era praticamente di tutto: tante famiglie e anche di diversa provenienza. Per questo il rione veniva inizialmente chiamato Shanghai. Il nome di Sa Rughe arrivò dopo, quando i missionari piazzarono la croce tra via Roma e via Regina Elena». Bigi spiega che un tempo il mare occupava quasi tutta l’attuale piazza Crispi e che al posto del muro del parcheggio del Superpan c’era una lunga file di case, tra cui quella della sua famiglia. «Olbia non aveva una tradizione marinara – prosegue –. Nacque dunque in quel periodo, qui a Sa Rughe. Al posto del monumento ai caduti c’era il cantiere Moro e poco lontano una banchina di scarico dei mitilicoltori. La cooperativa dei pescatori, invece, gestiva la peschiera». Oggi, della peschiera, resta soltanto un muro in mezzo all’acqua. Adesso, lì attorno, sta nascendo un parco sul mare. Prati, chioschi, aree fitness e pista ciclabile rossa.

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