La Nuova Sardegna

Olbia

Memoria da salvare

Gallura, storie dagli stazzi dimenticati: «Il turismo li sta cancellando»

di Carolina Bastiani
Gallura, storie dagli stazzi dimenticati: «Il turismo li sta cancellando»

Giuseppe Contini ha raccolto un archivio di 4mila fotografie

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Arzachena Molti sono stati costruiti con pietre trovate nei terreni quando si preparavano i campi alla semina. Turchese, giallo limone o rosso mattone erano i colori scelti per tinteggiare i muri. E anche dentro, verso il tetto, c’erano cornici decorative. Sulle arcate delle porte e delle finestre, invece, c’erano travi di ginepro tagliate a “luna calante”, per farle resistere nel tempo. E hanno resistito. Ancora oggi sono lì, sopravvissute allo sgretolamento dei muri degli stazzi galluresi che giacciono abbandonati, testimoni di una storia centenaria che il turismo moderno ha spazzato via. A immortalarli, in un archivio di oltre 4mila fotografie, è stato Giuseppe Contini, chef in pensione nei ristoranti più importanti tra Porto Rotondo, Porto Cervo e Santa Teresa, che più o meno dagli anni Novanta percorre e ripercorre i sentieri degli stazzi con una missione: risvegliare la memoria della cultura agro-pastorale da cui la Gallura, anche costiera, proviene, per riportarne alla luce i valori come l’umiltà e ricreare il senso di appartenenza ad un’unica comunità. E il mezzo con cui ha scelto di farlo è “Il sentiero degli stazzi. Alla ricerca della rosa canina”, il suo libro dove sono confluiti immagini, riflessioni e sentimenti.

La memoria

«La Costa Smeralda è stata un’ubriacatura», così Giuseppe Contini inizia a raccontare il suo viaggio nei ricordi che va all’indietro fino agli Sessanta. Ma non lo fa rinnegando il fenomeno che più di tutti ha rivoluzionato la vita della Gallura costiera, la Costa Smeralda appunto, ma guardando alla scarsa lungimiranza di chi non ha saputo tutelare una cultura centenaria e ha permesso che i suoi valori e le sue pratiche venissero dimenticate. Anche accettando la rovina dei suoi luoghi simbolo. Sì, perché secondo Contini, il turismo moderno avrebbe potuto convivere con la vita agropastorale, che anzi avrebbe potuto trarne beneficio. «Basti pensare che le grandi strutture alberghiere che fatturano milioni di euro devono portare da fuori frutta e verdura perché qui non ci sono abbastanza produttori, esclusi quelli vitivinicoli». «All’epoca – continua – vollero puntare tutto sul mattone, non capendo che era destinato a finire e ora siamo tutti commercianti e fornitori di servizi, ma le cose non vanno bene come si vorrebbe». Tra gli esempi virtuosi che cita, l’agriturismo Lu Branu, dove si praticano agricoltura e allevamento sostenibile e dove uno stazzo è stato adibito a museo etnico, uno dei modi migliori per conservare e valorizzare il proprio passato. Ma più di ogni altra cosa, secondo Contini, che spera nelle nuove generazioni, è necessario recuperare i valori di quella cultura gallurese, primi tra tutti l’umiltà, l’altruismo, il rispetto e l’onestà, ma anche il senso di ospitalità.

La vita semplice

È facile intuire che alla base delle riflessioni di Giuseppe Contini c’è l’amore per la vita semplice e umile di una volta. «Per me quella non era povertà – dice indicando una vecchissima foto in bianco e nero dove diverse persone sorridono – erano sereni, sapevano godere delle poche cose che avevano e conoscevano il rispetto. Si autoproducevano il cibo che mangiavano e quello era tutto». E quando avanzava qualcosa lo usavano per il baratto. «Mia madre era un’ostetrica – racconta – e faceva nascere circa cento bambini all’anno. Spesso i genitori non avevano soldi per pagarla e quindi la ricompensavano con quello che avevano. Una volta provarono pure a regalarle un pezzo di spiaggia». Sorride, ripensando che i genitori non vollero accettarla perché non se ne facevano nulla. «La spiaggia è libera e posso andare quando voglio», diceva il padre. Tra i ricordi più belli che conserva quelli di vita vissuta con nonna Caterina e nonno Giovanni Maria allo stazzu di Li Conchi, ad Arzachena, che raggiungeva inoltrandosi nelle campagne, passando per i dolmen di fianco alla roccia del fungo.

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