Rogo al cantiere Nautica Acqua: la Procura di Tempio chiude l’inchiesta
Era divampato il 22 aprile 2025, le fiamme avevano divorato una quarantina di imbarcazioni
Olbia La Procura di Tempio ha chiuso l’inchiesta sul rogo che poco più di un anno fa ha incenerito il cantiere Nautica Acqua. L’inferno di fuoco nel cantiere di via Madagascar, a Cala Saccaia, fondato nel 2012 da Raffaele Virdis e dal Gruppo Gaias, era divampato nel primo pomeriggio del 22 aprile 2025. Le fiamme avevano divorato una quarantina di imbarcazioni che si trovavano all’interno: yacht, gommoni e super motoscafi di marchi prestigiosi che sarebbero dovuti essere consegnati ai proprietari in vista della stagione estiva. Un incendio disastroso, con un danno di centinaia di milioni di euro. Quattro le persone indagate.
Dalla perizia eseguita dai consulenti nominati dalla Procura era emerso che l’incendio aveva avuto origine da un’imbarcazione della Maori che si trovava nella seconda campata del capannone, anche se non era stato possibile individuare con certezza il punto di innesco in quanto le fiamme lo hanno quasi completamente distrutto. A causarlo, un problema elettrico a bordo, che era stato segnalato nei giorni precedenti all’incendio. La propagazione delle fiamme era stata velocissima ed estesa per la presenza di materiali altamente combustibili e di numerose imbarcazioni. I periti avevano escluso un’origine dolosa dell’incendio, ma anche difetti di costruzione del natante della Maori.
Dagli accertamenti erano anche emerse una serie di carenze e violazioni alla normativa antincendio che, secondo i consulenti della Procura, avrebbero inciso in maniera determinante sulla rapida propagazione delle fiamme: l’impianto idrico antincendio non era funzionante, né era presente il sistema di rilevazione e allarme antincendio, rilevata anche l’assenza dell’autorizzazione antincendio e di altre certificazioni. Per i periti il disastro si poteva evitare. Sono 31 le persone danneggiate, tra privati e legali rappresentanti di società di charter nautico che hanno perso anche cinque imbarcazioni. Tra i danneggiati l’ex presidente del Coni, Giovanni Malagò e Tommaso Cavalli, figlio di Roberto Cavalli.
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