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Pallavolo Olbia, il record di Francesco Marcetti: «I miei trent’anni da presidente»

di Marco Bittau
Pallavolo Olbia, il record di Francesco Marcetti: «I miei trent’anni da presidente»

Fondatore della società nel 1978, il commercialista olbiese guida il club dal 1996

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Olbia Trent’anni da dirigente sportivo sono un record, almeno in Sardegna. Per Francesco Marcetti, 65 anni a settembre, olbiese, commercialista, revisore e giurista d’impresa, sono la ciliegina sulla torta di un curriculum sportivo lungo e prestigioso. Fondatore della Pallavolo Olbia nel 1978 dove ha pure giocato i primi due anni; presidente nel 1986-87 nell’anno della prima C1 nazionale. Poi una pausa per questioni di lavoro e il rientro in società nel 1992 come vicepresidente prima e presidente poi. Era il mese di luglio 1996 – trent’anni fa, appunto – e da allora non ha più lasciato l’incarico. Non basta, Marcetti per dieci anni è stato vicepresidente regionale della Federazione italiana pallavolo e per quattro anni responsabile del Centro di qualificazione regionale dove ha introdotto corsi di formazione per dirigenti sportivi e mini master di perfezionamento. È inoltre docente della Scuola dello sport del Coni e componente dell’Accademia formativa della Fipav. «Perché la formazione è sempre stata una parte integrante del mio e del nostro modo di intendere lo sport».

Presidente, trent’anni consecutivi da dirigente responsabile della Pallavolo Olbia sono quasi metà della sua vita. Un record che pesa?

«È un percorso fatto di risultati, formazione, difficoltà superate e, soprattutto, rapporti umani costruiti dentro e fuori dal campo. Un presidente non è un capo ma il riferimento e il leader della società, cioè di un gruppo. Da solo non avrei mai potuto arrivare neanche a fare un solo campionato, mentre oggi la società conta 250 tesserati e continua a essere uno dei principali punti di riferimento della pallavolo sarda».

Trent’anni ininterrotti da presidente significa essere anche un po’ il padre della Pallavolo Olbia?

«Sicuramente significa voltarsi indietro e rendersi conto di aver dedicato una parte importante della propria vita a un progetto sportivo ed educativo, aver fatto politica attiva nel territorio soprattutto a favore dei giovani. In questi trent’anni la Pallavolo Olbia ha conquistato 51 titoli giovanili, 44 nel settore maschile e sette in quello femminile. Abbiamo disputato per diciassette anni consecutivi il campionato nazionale di serie B1 maschile e per due stagioni la B2 femminile, due campionati nazionali under 20 maschili. Abbiamo vinto 8 Coppe Sardegna. Abbiamo organizzato al Palazzetto nel 2003 la Final four di Coppa Italia di serie B maschile, nel febbraio 2005 le Final four di serie A di pallavolo femminile riempendo il Geopalace con 3.800 persone il giorno della finale. Oggi abbiamo 250 tesserati e lo scorso anno abbiamo partecipato a dodici campionati maschili e femminili. Abbiamo vinto il titolo regionale Under 17 maschile e la Coppa Primavera Under 15 femminile del girone Gallura. Siamo tornati ai livelli di partecipazione precedenti alle difficoltà degli ultimi anni, quando il numero degli iscritti era sceso a circa 180».

La chiusura del PalaDeiana è stato uno dei momenti difficili?

«Sì, prima della pandemia la chiusura del Palazzetto e di alcune palestre scolastiche ci mise davanti a una scelta dolorosa. Rinunciammo ai campionati nazionali per destinare le nostre risorse all’affitto di un capannone nella zona industriale. Era l’unico modo per continuare l’attività con una certa regolarità e non disperdere il patrimonio umano della società. Da un anno, dopo esserci aggiudicati la gara pubblica, abbiamo nuovamente in concessione il PalaDeiana. Il recupero degli iscritti dimostra quanto fosse importante tornare ad avere una casa. Momenti difficili sono anche e soprattutto quelli legati alle persone che non ci sono più, come il nostro allenatore nell’ultimo anno di serie B maschile, Andrea Schettino, che lottava contro un tumore. Sino all’ultimo».

C’è un risultato sportivo di cui va particolarmente fiero?

«Sono orgoglioso dei titoli, delle categorie nazionali e degli atleti che abbiamo formato. Penso a Michele Nonne, Paolo e Matteo De Rosas, Giuliana Grazietti e a tutti coloro che sono arrivati alla serie A e in nazionale, come appunto la Grazietti. Una soddisfazione particolare è rappresentata da Sara Desini, cresciuta anche attraverso la nostra esperienza nel sitting volley e oggi componente stabile della Nazionale italiana, recentemente impegnata ai Mondiali in Cina. Ma c’è un’immagine che vale più di una vittoria: vedere ex atleti ed ex atlete accompagnare oggi i propri figli alla Pallavolo Olbia. Significa che il rapporto costruito giorno dopo giorno con loro, come un marchio di qualità, ha resistito nel tempo».

A proposito di marchi di qualità, esiste un modello “Pallavolo Olbia”?

«Parliamo di costanza, di storicità. Chi viene alla Pallavolo Olbia sa come si lavora, cosa può aspettarsi, cosa deve dare e cosa può ricevere. Il nostro modello organizzativo è stato preso ad esempio anche in altri contesti e, da presidente e formatore, ho avuto l’opportunità di trasferirlo ad altre società sarde e della penisola».

In trent’anni avrà dovuto assumere anche decisioni difficili.

«Le vere sconfitte non sono i risultati negativi. I momenti peggiori sono quelli in cui è necessario allontanare un atleta dal club. Può accadere quando la sua permanenza mette in discussione le regole, la qualità del lavoro o la serenità del gruppo. Un altro momento difficile è stato il campionato 2013. L’alluvione a Olbia ci tolse il Palazzetto, quindi gli sponsor visibili con la pubblicità. La squadra era stata costruita per andare in A2, senza palestra era impossibile. Parlai ai ragazzi sul ridimensionamento degli obiettivi e sulla difficoltà nel pagare regolarmente i loro compensi. Ho chiesto a chi non se la sentiva di accordarsi pure con altri club. Nelle due settimane dopo l’alluvione i ragazzi, non potendo allenarsi, ripulirono il Palazzetto e aiutarono quei dirigenti che avevano il fango in casa. Venni incaricato dal Coni per gestire un centro di distribuzione viveri, coperte, materassi e i ragazzi si impegnarono nella distribuzione del tutto a chi ne facesse richieste».

Lo sport ha influenzato anche la sua vita professionale e personale?

«Moltissimo. Sto scrivendo un libro sulla leadership inconsapevole e credo che la formazione sportiva sia stata una scuola straordinaria. Dal lato emotivo, poi, aver accompagnato nella pallavolo anche le mie figlie e i miei nipoti, vedendoli vivere esperienze importanti e vincere titoli regionali, è motivo d’orgoglio. Ma non parliamo di sacrifici né di rinunce, le positività sovrastano i problemi».

Un obiettivo per il futuro?

«Continuare a vedere tanti giovani crescere e realizzarsi nel nostro club».

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