Un'assemblea costituente per ripartire

Il dibattito opportunamente avviato dal direttore Di Rosa e cresciuto grazie ad autorevoli e profondi interventi, ha il merito di descrivere non solo il male (o i mali) di questo tempo e a queste latitudini, ma di rendere plastiche e di facile lettura idee e atteggiamenti dell'oggi, dell'ieri e del domani. Parto da una fotografia elementare: la maggioranza dei sardi è certamente contraria a politiche che prevedano le esercitazioni belliche nei nostri mari, alla trasformazione della Sardegna in una discarica di scorie nucleari. O a favore di attività volte a invertire la rotta dello spopolamento delle zone interne o di una sanità umana e a portata di tutti, che non faccia morire le persone per la lontananza dai presidi ospedalieri. Non riesco a immaginare quale sardo, pur senza essere docente di questa o quella materia, possa dirsi attualmente soddisfatto del sistema dei trasporti interni ed esterni.

A fronte di questo non si è mai riusciti ad attivare un fronte unico di chi vorrebbe mettere al centro le cose e non le divisioni di bottega. Credo allora sia necessario non lasciar cadere nel vuoto, pur nelle differenze che è stato possibile cogliere, l'appello istituzionale al dialogo e alla mediazione "alta" di cui si sono fatti interpreti - da queste colonne - il presidente della Giunta Regionale e il presidente di Anci Sardegna. Sulle cose da fare, sul bene dei sardi, davvero ulteriori divisioni di parte sarebbero esiziali e antistoriche. In tanti hanno evocato il tema dell'Insularità in Costituzione come salvifico e capace, da solo, di invertire una rotta economica, sociale, culturale.

Perché credo che in queste tre parole (economia, organizzazione sociale, cultura) sia scritto il codice genetico della crisi del sistema Sardegna, che dà il titolo a questo dibattito. L'Insularità è un tema tecnico. E' il riconoscimento di uno status di ritardo infrastrutturale e competitivo, che l'Europa pone a base di una serie di deroghe e concessioni rispetto a trattati che regolano in maniera ferrea la concorrenza e la libertà economica nei Paesi dell'Unione. La Sardegna ne ha ovviamente bisogno, non so se in Costituzione o con una procedura di notifica meno rigida nei passaggi parlamentari, ma ugualmente efficace agli occhi di Bruxelles.

E' auspicabile che questo passaggio avvenga il prima possibile, chiarendo all'opinione pubblica che, in sé, non rappresenta nessuna automatica garanzia di riscatto, buon governo e superamento dei disagi denunciati. Come ha sostenuto Andrea Murgia, già candidato a presidente della Regione, forse in Costituzione basterebbe aggiungere un articolo di due righe: "Tutti i cittadini hanno diritto agli stessi servizi e alle stesse infrastrutture". La renderebbero più bella, ma non darebbero nessuna certezza sulla loro applicazione, come già per gli altri fantastici principi che vi sono, messi nero su bianco.

La vera sfida, una battaglia simbolica e di popolo, è forse un'altra: non attardarsi a cambiare la carta fondamentale della Repubblica, ma concentrarsi su quella della Regione Autonoma della Sardegn a, dando alla politica strumenti nuovi e responsabilità vere. Non molto tempo fa i cittadini si sono pronunciati con un referendum per l'istituzione di una Assemblea Costituente incaricata di riscrivere lo Statuto: rappresentare tutte le istanze della società sarda e chiedere ai nuovi costituenti sardi di lavorare a uno strumento attuale, moderno, efficace, potrebbe assicurare quello slancio riformatore che oggi non si intravede, al di là delle dichiarazioni di intento. La stella polare la indicò Mario Melis: "Sovranità non significa solitudine, ma libertà e dunque responsabilità".

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