La Nuova Sardegna

IL COMMENTO - Per compagno un banco di scuola

di Silvia Sanna
IL COMMENTO - Per compagno un banco di scuola

I banchi mono posto e il primo giorno in classe diverso dalle generazioni che sono venute prima del Covid

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Il mio primo giorno di scuola è uno stanzone dalle grandi vetrate affollato di bambini: molti gridano e corrono, altri piangono appiccicati alla mamma, la mano stretta stretta nella sua. Il mio primo giorno è il sorriso della maestra che mi accoglie, mi dice una parolina dolce e la paura in un attimo scompare. Il primo giorno di scuola è un inizio, è un tuffo in una vita che comincia.

Presto toccherà a me accompagnare il mio bambino e sentire la sua mano incollata alla mia. Immagino di seguirlo dentro l’aula, posare il suo zaino gigante e ancora vuoto, guardarlo mentre si siede al banco, sistema il gel sui capelli e spalanca gli occhi curioso.

Ma il suo primo giorno non sarà uguale al mio. Avrà molte cose in meno di me e di tutte le generazioni arrivate lì prima di lui. Non avrà un compagno di banco, e questa è una grave perdita. Perché il primo compagnetto di banco è un ricordo vidimato a vita. Se sei fortunato lo scegli, altrimenti te lo ritrovi accanto d’ufficio. Nel primo caso è tutto un gioco di sguardi e timidezza. Ci si sceglie per attrazione, per impercettibili analogie. Un sorriso, uno scambio di parole che funziona, un bel diario, o anche una pettinatura. L’empatia che scatta tra i bambini è una reazione chimica semplicissima.

Oppure è la maestra a decidere gli accoppiamenti. Ti ritrovi un perfetto sconosciuto a venti centimetri, e allora è una scoperta reciproca. Il meno timido fa la prima mossa e apre la porta del suo mondo. Da quel momento è un’amicizia che si gonfia giorno per giorno. E lui o lei, anche quando avrà 70 anni, una laurea e cinque nipotini, non sarà mai l’avvocato, il medico, l’insegnante: sarà il mio “compagnetto” di banco a vita.

Nei banchi mono posto, con rotelle o senza, il compagno è una figura che scompare. E insieme a lui sparisce anche un certo modo di studiare e di vivere la scuola. Il mio bambino in prima elementare dovrà imparare in fretta a diventare grande. Perché il Covid che la primavera scorsa ha chiuso dentro quattro mura un’intera generazione, ora si porta via anche la parte più divertente della scuola: le chiacchiere, la solidarietà, il senso di appartenenza a un gruppo. Le amicizie sbocceranno ancora ma filtrate dalle distanze e spesso dalle mascherine.

E nei momenti di sconforto, quando anche i bambini più coraggiosi hanno bisogno di una coccola, mancherà l’abbraccio della maestra, il bacio sulla guancia che ti fa sentire amato e protetto. Bisognerà accontentarsi di una parola, di una piccola pacca sul grembiule, di uno sguardo che trasmette i sentimenti che il corpo non può esprimere.

Ma è questo lo scenario migliore che auguro a mio figlio quando inizierà la sua avventura di scolaro. Perché l’altro, quello della didattica a distanza, insieme al virus sterilizza anche questo poco di calore umano. E davanti allo schermo di un pc, quando ti affacci da solo in un mondo tutto nuovo e hai bisogno di qualcuno che ti prenda per mano, impari poco e cresci ancora meno.

Io vorrei che mio figlio, e con lui tutti i bambini, rivivessero almeno una parte delle cose belle che ho vissuto io tanti anni fa. La prima elementare, il primo giorno a scuola, i pianti, gli abbracci, una felicità che resta dentro per sempre.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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