Rosario Livatino, per sempre giudice "ragazzino"

L'auto del giudice Livatino

Nel trentennale dell'omicidio del magistrato siciliano la testimonianza del procuratore della Repubblica di Sassari che ebbe il suo primo incarico ad Agrigento nello stesso ufficio di Livatino e porto la bara in spalla al funerale

Gianni Caria è il procuratore della Repubblica di Sassari. Trent'anni fa ebbe il suo primo incarico alla Procura di Agrigento. A settembre era da qualche mese nell'ufficio di Rosario Livatino, già affermato sostituto procuratore impegnato nella lotta alla mafia, diventato giudice a latere in Tribunale. Oggi 21 settembre ricorre il trentennale dell'agguato mafioso in cui morì il coraggioso magistrato. Al funerale, Caria portò la bara in spalla. Nel giorno del ricordo ecco la sua testimonianza.

Se non l’avessero ucciso, esattamente trent’anni fa, ora Rosario Livatino starebbe per compiere 68 anni. Se la sua vita non avesse incrociato in una mattina che ancora sapeva d’estate un progetto criminale e assurdo; se gli stiddari non si fossero riuniti per decidere di togliere di mezzo un magistrato così fastidiosamente severo; se Rosario fosse stato più pronto, più agile, più veloce: invece l’hanno bloccato sulla Canicattì-Agrigento senza nessuna difficoltà sparando al lunotto della sua utilitaria, l’hanno inseguito e raggiunto subito giù nel canalone sotto il viadotto nella sua ultima corsa, disperata e stupita. È accaduto: i suoi assassini sono stati tutti condannati, esecutori materiali e mandanti, e lui è rimasto per sempre il Giudice ragazzino. Appellativo improprio, se vogliamo, che un nostro illustre Concittadino aveva in realtà affibbiato ai magistrati di prima nomina che stavano laggiù a tenere in piedi la baracca della Giustizia, con la toga fresca di sartoria a nascondere un’ovvia paura. Poi quel nome è rimasto appiccicato a Rosario, che però era magistrato da più di dieci anni e si avvicinava al trentottesimo compleanno. Chissà perché, sarà stato il suo viso da adolescente determinato come appare in diverse foto, con lo sguardo fermo verso l’obbiettivo, sarà stato il suo corpo minuto a farlo sembrare più giovane, più indifeso. Livatino aveva già alle spalle importanti processi di mafia istruiti come Pubblico Ministero. Da poco giudice al Tribunale di Agrigento, si occupava di numerosi procedimenti per misure di prevenzione, quelle che portano ai sequestri dei beni delle famiglie mafiose. Erano tempi in cui non c’era ancora la Direzione distrettuale antimafia e le cose di mafia si trattavano in ogni tribunale, con organici ridotti e forme di protezione molto fragili. Non so se facesse paura a quelli che l’hanno ucciso, sicuramente per loro era un grosso fastidio da eliminare: stava là in mezzo ai piedi e impediva di godere delle fatiche della vita criminale.

Come sarebbe stata la sua vita? Forse si sarebbe sposato, avrebbe avuto dei figli, magari sarebbe rimasto in una Sicilia ora più sicura a fare semplicemente il suo dovere. Sarebbe ancora attivo nella società, così come lo è stato nella sua breve vita, andando in giro nelle scuole, fra i ragazzini veri, a parlare di legalità. Avrebbe sgravato i suoi poveri e miti genitori del dolore ingiusto di accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. Le sue foto avrebbero mostrato un signore leggermente soprappeso e con i capelli grigi e non l’avrebbero mai chiamato Giudice ragazzino. Qualcuno gli avrebbe ricordato di quella infelice definizione di trent’anni prima: avrebbe risposto con un lampo d’ironia negli occhi e con parole rispettose. Ma ormai la sua fine è passata dalla cronaca alla storia, e succede che il tempo ci restituisca figure sempre più astratte, sempre più legate a un’immagine, perfino a uno stereotipo. Livatino sarà sempre il Giudice ragazzino: una casacca da indossare, una definizione sintetica facile per le ricerche su internet. Qualcuno ricorda perché Garibaldi veniva chiamato l’Eroe dei due mondi? Eppure occorre essere contenti perché di Rosario così si perpetua il ricordo pubblico, purché non si usi a sproposito la parola eroe nel parlare della sua storia e di quella dei tanti morti che l’hanno preceduto e seguito: siamo in un’epoca triste che ha bisogno di definire così le persone che in ogni momento, senza tentennamenti, fanno il loro dovere. Anche con umana paura, certo, ma senza deviare da quel percorso. Se questo è eroismo, allora l’appellativo gli calza a pennello, purché non si pensi che sia cosa riservata a poche eccezionali persone. Se potesse, ci direbbe che il dovere è di tutti, tutti sappiamo cos’è, in un modo o nell’altro, non si può far finta di non riconoscerlo. Comunque era senza dubbio un uomo di grandi capacità, di umanità rispettosa e profonda, non ostentata neppure nell’esercizio della sua fede religiosa così sentita e coltivata. Era eccezionale, quindi, nella sua meravigliosa normalità. Nell’ingiustizia della sua morte è un risarcimento morale che venga ormai costantemente ricordato, anche se questo farà di lui sempre più un’icona.

Per quelli che hanno conosciuto Rosario, per molto o per poco tempo, che l’hanno incrociato in vita e che l’hanno visto laggiù sotto un viadotto della Canicattì Agrigento, con gli occhi sbarrati a guardare per l’ultima volta il cielo, rimane un ricordo personale che non si può raccontare: intenso e indelebile, come il peso della sua bara sulla spalla che l’ha portata. È una citazione nota, ma vale la pena ancora una volta ricordarla. Rosario Livatino ha lasciato scritto in una sua agenda: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili».

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