In emergenza il premier Conte parli con tutti

Come nel Dopoguerra l’Italia vive una fase drammatica per la società e per l’economia. Serve un confronto anche con le opposizioni in un momento cruciale che coinvolge il Paese - IL COMMENTO

La lama affilata su cui cammina il premier Giuseppe Conte rischia di sfregiare il prestigio del governo. L’emergenza Covid, la paura dei numeri in progressione esponenziale che gonfiano il senso di panico, hanno spinto chi guida il Paese a prendere decisioni forti. Ma il presidente del Consiglio sembra gestire con un’errata confidenza questa kriptonite della popolarità. Conte decide di limitare le libertà individuali, il governo entra dentro casa, altera abitudini, priva i cittadini di alcuni diritti. E lo fa senza un reale confronto con tutto il paese. Scelte fondamentali vengono prese senza consultare le minoranze. Opposizioni che rischiano di essere maggioranza nel paese, e che governano 15 Regioni su 21.

Ma proprio perché ci si trova davanti a un’emergenza nazionale sarebbe opportuno che tutto l’arco parlamentare fosse protagonista di queste decisioni. E anche dalle opposizioni servirebbe un atteggiamento più responsabile. Meno orientato a cercare il consenso, e più finalizzato al bene comune. Inutile urlare alle masse per avere un voto in più alla prossima tornata elettorale. Serve il senso dello Stato anche da parte di chi siede tra i banchi della minoranza. Perché oggi si vive la storia della Peste degli anni ’20. E anche nelle Regioni le ordinanze dei governatori dovrebbero arrivare solo dopo un confronto con le opposizioni. Come nel Dopoguerra. L’Italia rischia di essere un paese bombardato e polverizzato. Un secondo lockdown segnerebbe il tracollo dell’economia, la crisi della piccola e media impresa, l’impennata della disoccupazione. Il recovery fund rischia di diventare un enorme tampone per il default di un intero Paese. E la scelta di rinunciare al Mes per non far traballare i pilastri dell’accordo di governo è un’ulteriore limitazione alla liquidità dell’Italia. La nazione in mascherina è la descrizione plastica del periodo post apocalittico che si vive. Il coronavirus ha intaccato l’idea di normalità, di invincibilità dell’uomo. Sembra di vivere in soggettiva un film fantascientifico. L’improbabile futuro distopico che descrive una società diventata asettica e sterilizzata. Destinata a sopravvivere dietro una maschera e immersa nel gel disinfettante. La realtà è riuscita, come sempre, a sbeffeggiare la fantasia. L’umanità ora vive in mascherina, ma il senso che prevale non è solo il timore del contagio. È la paura di vedere cambiata per sempre la percezione della normalità. La felicità di una passeggiata che riempia i polmoni di aria fresca. In questo clima di panico di massa il governo ha il dovere di parlare al paese e di decidere per tutto. Scelte anche dolorose, che proprio per questo non possono essere prese dalla sola maggioranza. Non solo da un tavolo tecnico e da un confronto con le Regioni. Il coinvolgimento deve vedere protagoniste anche le opposizioni. Perché non si discute della divisione di ruoli e compiti, ma della libertà di una nazione. Conte in una visione da statista, da Padre della patria, ha il dovere di coinvolgere in questo dibattito cruciale per il futuro dell’Italia il resto delle forze politiche. In caso contrario il peso di queste scelte potrebbe spaccare per sempre il traballante senso dello Stato che hanno gli italiani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

WsStaticBoxes WsStaticBoxes