I minorenni e i social: genitori, non siate distratti

Chiusi nelle loro stanze, in un mondo tutto loro, a parte. Con uno smartphone o un tablet, indispensabili per la didattica a distanza ma anche per spezzare quell’isolamento che l’emergenza Covid impone a tutti. Ragazzi in una bolla, spesso fragili, spesso portatori di un disagio nascosto e silenzioso. Che a volte resta dentro e scatena ansia, depressione e sofferenza. Altre volte invece emerge con un’irruenza che stupisce, che lascia a bocca aperta.

Perché nessuno, neppure gli stessi genitori, quando il malumore esplode riesce a dare una spiegazione: nessuno poteva immaginare che cosa covasse quel ragazzo dentro la sua bolla. Gli esperti sono tutti d’accordo: il Covid fa male al corpo ma anche all’animo, e si accanisce con più forza contro chi non ha sufficienti anticorpi per difendersi. I bambini e gli adolescenti, innanzitutto. Che da mesi non stanno vivendo la loro vita. Lontani da scuola, dagli amici e dai contatti positivi, chiusi nel micro mondo di un appartamento popolato prevalentemente da adulti distratti, anche loro alle prese con gravi problemi: la salute, il lavoro, l’incertezza del domani. E allora i ragazzi cercano e trovano uno sfogo nel loro smartphone e nel loro tablet: il digitale diventa la culla in cui confrontarsi, raccontarsi, dare il meglio o il peggio di sé.

In questi giorni i social sono nel mirino: dopo gli episodi drammatici che si sono verificati (come il caso della bambina morta in Sicilia durante una challenge) è stato certificato che i controlli all’ingresso non sono sufficienti. In tutti i social, da TikTok a Facebook, c’è un’età minima di iscrizione: 13 anni. Ma solo in teoria. Perché i ragazzini sanno bene come aggirare l’ostacolo e spesso, è triste dirlo, lo fanno con la complicità dei genitori. Lo ha detto Luisella Fenu, procuratrice dei minori a Sassari, qualche giorno fa sulla Nuova: ci sono mamme che autorizzano i figli, bambini di 9-10 anni, a utilizzare la loro data di nascita. E ci sono tanti genitori che badano poco al tempo che i ragazzini trascorrono sui social e soprattutto a quello che fanno, ai contenuti che guardano.

Eppure è facile: lo stesso TikTok prevede per esempio l’opzione “collegamento familiare” con l’account dell’adulto associato a quello del minore, così da verificare la gestione del tempo e limitare i contenuti a quelli ritenuti adatti, escludendo quelli potenzialmente pericolosi. Allo stesso modo si può evitare che il bambino pubblichi dei video ma si limiti a guardare quelli postati da altri e già sottoposti a selezione. In questo modo un genitore ha l’immediata percezione del rischio e può intervenire per tempo. È assolutamente necessario farlo, per evitare che i social prendano il sopravvento.

Con i nativi digitali, bambini che già a 3-4 anni imparano a scorrere il dito sulla tastiera, selezionano canzoni e riconoscono i visi sulla chat di WhatsApp, proibire l’accesso alla rete non ha molto senso. Perché troverebbero comunque la maniera di entrarci, per non sentirsi inadeguati rispetto ai compagni. E facendolo di nascosto si muoverebbero liberamente, senza filtri e senza paracadute.

Si dice che il modo migliore per sconfiggere il nemico sia farselo amico: mamme e papà con i social dovrebbero fare propria questa logica un po’ cinica ma in questo caso assolutamente autorizzata. Perché di mezzo ci sono i nostri figli, con le loro fragilità e debolezze. Che possono sfociare in comportamenti aggressivi verso altri – soprattutto se si cade nella rete di un branco – o autolesionisti, quando ci si fa del male volontariamente per dimostrare di avere coraggio, di essere all’altezza. Dietro tutto questo c’è una richiesta di aiuto: ascoltiamo questa voce.


 

 

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