Sardegna sola e senza aiuti: intrappolati nella palude dei trasporti

Si assiste al collasso contemporaneo di Alitalia, Tirrenia e Air Italy. Segno che il modello non funziona, che non c’è un’economia di mercato sostenibile, ma la malattia che ha portato al collasso dei colossi è un virus nazionale - L'EDITORIALE

Dispersi nel crash del sistema dei trasporti. Il fragile ponte che collega la Sardegna al resto del mondo si è frantumato come cristallo davanti alla tempesta del covid.

Si assiste al collasso contemporaneo di Alitalia, Tirrenia e Air Italy. Segno che il modello non funziona, che non c’è un’economia di mercato sostenibile, ma in questo caso non si può, né si deve parlare solo di Sardegna. Perché la malattia che ha portato al collasso dei colossi è un virus nazionale. I costi non sono sostenibili da un mercato immobile. Per la Sardegna si prospetta un futuro senza trasporti, senza regole, senza garanzie per i sardi. Dominato nei cieli dalle politiche delle low cost, rivolte ai turisti e non ai residenti. E nei mari al libero mercato, con le rotte in inverno che potrebbero ridursi al minimo e in estate con costi proibitivi. Accanto all’azzeramento di un sistema sociale dei trasporti, che tenga conto dei diritti e degli svantaggi di essere cittadini di un’isola in mezzo al Mediterraneo, c’è un aspetto sociale che non viene tenuto in considerazione. Non tutti i lavoratori sono uguali, né i loro diritti hanno lo stesso peso per lo Stato.

Il gruppo Tirrenia vive un profondo affanno finanziario, che da diversi anni si ripercuote anche sulla capacità della società di garantire il servizio, in tempi di covid, di collegamento con la Sardegna. I 72 milioni di euro che entrano nelle casse del gruppo Onorato per la Continuità territoriale non bastano a tamponare le falle finanziare della società. E il governo sottotraccia lavora per non far fallire l’azienda. La regola non scritta del too big to fail, troppo grande per fallire, è quasi uno scudo invincibile per Tirrenia. I 5mila dipendenti sono una garanzia per la sopravvivenza della società. Per questo si va di proroga in proroga della attuale convenzione, mentre di fatto non esiste un nuovo modello che possa garantire una reale e conveniente continuità marittima dei passeggeri e delle merci. Ma questo allo Stato sembra interessare poco.

Per Alitalia lo Stato ha forse finito i salvagenti. In 47 anni i governi hanno speso la cifra fantascientifica di 13 miliardi di euro. La compagnia ha oltre 5mila dipendenti e va avanti solo grazie al fiume ininterrotto di denaro che lo Stato versa generosamente nelle sue casse. Solo negli ultimi quattro anni il governo ha iniettato 6 miliardi di euro nei bilanci della compagnia. In questi giorni ad Alitalia sono rimasti solo 24 milioni di euro, soldi dello Stato che devono essere autorizzati dall’Europa, ma il rischio concreto che senza un ulteriore esborso di denaro si debbano fermare gli aerei. E nelle stanze del Palazzo si parla della possibilità di altri sei anni di cassa integrazione per i dipendenti. Ma non si deve dimenticare che di fatto due anni di covid hanno quasi azzerato il trasporto aereo, con crolli vicini al 90 per cento.

Encomiabile lo sforzo del governo di salvare i posti di lavoro di Tirrenia e Alitalia, due grandi aziende, che lo Stato ha creato e sostenuto in modo massiccio in questi decenni. Inspiegabile è al contrario il destino di Air Italy. I 1500 dipendenti sono figli di un dio minore. La compagnia privata, che di fatto ha fatto per 40 anni servizio pubblico, è tecnicamente fallita. Senza che il governo facesse nulla per evitarlo. Aerei a terra, e personale che sembra avviato entro 75 giorni al licenziamento. 1500 posti di lavoro. L’unica compagnia di bandiera che ha garantito i collegamenti tra l’isola e il resto del mondo. Lo Stato si è limitato a fare lo spettatore quando i due soci privati, il Qatar, e l’Aga Khan hanno gettato la spugna. Cancellati i voli. Cancellata l’unica industria aeronautica della Sardegna. Cancellato un polo aeronautico, e un indotto per tutta l’isola. La politica, salvo qualche piccola eccezione, è rimasta in assoluto silenzio. Il progetto di salvataggio della Regione è impantanato dentro qualche ufficio paludoso di Bruxelles. Roma, più lontana dell’Europa, si è disinteressata dei dipendenti e del progetto industriale. E per la Sardegna il destino sembra segnato. Non solo altri 500 disoccupati, ma un pezzo di storia dell’industria sarda che muore nell’indifferenza. E la certezza che da oggi i sardi sono ancora più intrappolati dentro la loro magnifica isola.


 

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