Il declino demografico della Sardegna, il coraggio di abitare l'isola

I paesi si spopolano perché mancano i servizi essenziali e soffrono per le inefficienze del territorio. Per permettersi di pensare al futuro, le famiglie hanno bisogno di stabilità economica e rassicurazioni - IL COMMENTO

Già nel 2020 gli esperti avevano avvertito che il confinamento domestico forzato di primavera non avrebbe prodotto un boom di nascite nel 2021. L’ansia e l’incertezza non hanno conciliato le coppie chiuse in casa, nessuna esplosione demografica: i figli del lockdown non ripopoleranno le nazioni.

Sembrerebbe così saltata la regola del baby boom che segue ai grandi eventi tragici della storia, ma forse non è del tutto così, almeno non per le isole felici come Mamoiada. Tanto per capirci: l’Italia è uno dei Paesi con il più basso tasso di natalità al mondo, e in questo quadro depresso la Sardegna si assesta ultima nella lista delle regioni. L’inverno demografico segue una tendenza negativa che da oltre dieci anni è in caduta libera: se nel 2011 erano 101 i comuni sardi che incrementavano la popolazione, nel 2021 solo Mamoiada e Girasole possono attestare nettamente che le nascite hanno superato i decessi.

La Sardegna si spopola, è un difetto congenito che non trova soluzione: la forza lavoro emigra, emigrano gli universitari, i bambini non nascono. Si conferma isola isolata, da noi è difficile partire e tornare, ma forse è più difficile restare, o per meglio dire, è difficile trovare un motivo per restare. Da noi è difficile anche viaggiare entro i nostri stessi confini poiché siamo ostaggio di una rete stradale ferma al medioevo: ci sono 377 comuni, 377 isole nell’isola, 377 storie che tra disoccupazione e sanità allo sbando faticano sempre più ad avere fede e speranza nel futuro. Perché è questo il fulcro della questione: il tasso di natalità è direttamente proporzionale alla fiducia che l’essere umano ripone nel futuro proprio e della società in cui è inserito. Mamoiada, con 22 nuovi nati su circa 2400 abitanti è, appunto, un’oasi felice in un’isola che non cresce, l’eccezione che conferma la regola. In paese si vive meglio che altrove, si offrono servizi e possibilità di lavoro; evidentemente viene messo in pratica un accudimento dei mamoiadini tale da incentivare le famiglie a immaginare, e quindi a costruire, scenari di vita sereni per sé e i propri figli. Mamoiada non è migliore o peggiore di altri paesi sardi, non generiamo classifiche fuorvianti: la comunità è semplicemente consapevole delle proprie risorse e cerca di sfruttarle nel modo più vantaggioso.

All’estremo opposto dell’asse immaginaria che comprende le varie gradazioni di emorragia demografica isolana, troviamo Semestene, neanche 130 abitanti, uno dei 33 comuni sardi che rischiano l’estinzione. Uno dei tanti paesi che pur trovandosi a pochi chilometri dalla SS 131, soffre tutte le inefficienze di un territorio poco servito dalla modernità. Non giriamoci intorno: nell’era dello smart working e della banda larga, è impensabile riuscire a invertire la tendenza se prima non si esce dall’immobilismo. Un immobilismo che forse è anche figlio dell’idea errata che l’isolamento tanto geografico quanto ideale degli abitanti rappresenti l’unica via per preservare l’identità culturale di un popolo. Un’identità che non andrebbe preservata in ostile contrapposizione alla modernità, bensì a dispetto dell’ammodernamento dei sistemi di vita e lavoro. Sebbene Mamoiada non rappresenti ancora il segno di un vero cambiamento, di certo è un esempio da guardare con particolare attenzione. Per permettersi di pensare al futuro, le famiglie hanno bisogno di stabilità economica e rassicurazioni politiche. In un Paese come l’Italia, fondato oramai sul precariato e sulla facilità di licenziamento, mancante di un welfare efficace di assistenza alle madri lavoratrici (asili nido in azienda, flessibilità, congedo parentale adeguato, ecc.; un modello di assistenza che oggi possono permettersi solo le grandi multinazionali), fare figli è considerato un vero atto di coraggio, o di incoscienza. Un Paese che non investe nel proprio domani, e quindi nel ricambio generazionale, non ha il diritto di lamentarsi.

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