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Ma non siamo un’isola di somari, il commento

Tanti ragazzi si sono arresi, per recuperarli serve un vero piano per la scuola


24 giugno 2022 Silvia Sanna


A guardare la classifica viene da pensare che la Sardegna sia una terra di somari: è la nostra Regione, ancora una volta, a incassare il record negativo di studenti non ammessi all’esame di maturità. La percentuale è altissima: non ce l’hanno fatta più di 8 ragazzi su 100, numeri lontani anni luce rispetto al resto d’Italia ma fotocopia rispetto a quelli di 12 mesi fa nell’isola, quando ci si consolò dicendo “l’anno prossimo andrà meglio”. E invece no. E infatti questa volta la sconfitta brucia di più, nella Regione che a fatica risale la classifica nazionale della dispersione scolastica e che è ai vertici per numero di abbandoni impliciti ed espliciti: vuol dire che la normalità post Covid per noi è ancora lontana e che la pandemia ha resettato tutti i piccoli passi in avanti celebrati con gioia.

Ecco perché oggi, nel giorno della normalità ritrovata per gli studenti che salutano le Superiori, in Sardegna c’è ancora più di prima l’urgenza di riflettere sulla scuola: serve un vero piano di ripresa, un Pnrr specifico per potenziare il sistema dell’istruzione. L’impegno dei docenti e la buona volontà degli studenti non bastano: servono mezzi, strutture e investimenti per allungare il passo, elevare la qualità della formazione e garantire parità d’accesso a tutti. Negli ultimi due anni e mezzo più di qualcosa è andato storto ma ci si era illusi che il peggio fosse passato. Al contrario, è arrivato lo scontrino da pagare dopo il lungo periodo vissuto all’interno della bolla pandemica che tra scelte obbligate e criticità già note ha fatto venire a galla tutto ciò che non funziona. Oggi quasi 13mila studenti sardi inizieranno gli esami di maturità e per loro sarà un giorno bellissimo: si ritroveranno a scuola, con compagni e professori, finalmente tutti insieme. E potranno sorridersi senza mascherina e senza il filtro di un pc davanti agli occhi. È questa la normalità dopo quasi tre anni vissuti tra casa e scuola, tra tante lezioni in Dad e poche in presenza, tra zone rosse e bianche, tra quarantene e contagi. Auguri allora ai 13mila, e complimenti perché avete affrontato con coraggio e grinta enormi difficoltà, nel rispetto di regole che per voi sono state ancora più rigide. La maturità l’avete conquistata sul campo quando avete deciso di andare a vaccinarvi contro il Covid per evitare di contagiare genitori e nonni e quando avete accettato di continuare a indossare la mascherina e stare distanziati in aula anche quando in ristorante si faceva festa nelle tavolate da 12. Ma il rammarico è che i 13mila sarebbero potuti essere molti di più: l’8 per cento di non ammessi quest’anno si somma all’altro 8 dell’anno scorso. Ragazzi che devono rimandare l’appuntamento con il diploma perché scarsamente preparati secondo i professori ma anche ragazzi che hanno gettato volontariamente la spugna, si sono arresi di fronte a difficoltà che hanno giudicato insuperabili. Per esempio, per chi tra loro vive nelle zone interne, l’impossibilità di stare al passo con i compagni seguendo le lezioni a distanza, perché la connessione internet non c’è oppure va a singhiozzo e se accendi la telecamera salta l’audio o viceversa. Un divario digitale di cui anche noi siamo stati testimoni: durante gli incontri online organizzati nell’ambito del progetto LaNuova@scuola era impossibile vedere in volto molti dei partecipanti, dovevamo accontentarci di sentirli parlare o leggere i loro messaggi. Che fare allora? Intanto agire in fretta e non limitarsi a dire “l’anno prossimo andrà meglio”, perché non accadrà. Serve una terapia d’urto: la scuola deve andare a riprendersi i ragazzi, riportarli in aula, inserire in percorsi didattici mirati, farli sentire parte di un progetto comune, annullare le differenze, garantire parità di accesso a tutti. Questa sarà la vera normalità.

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