La Nuova Sardegna

Giustizia e politica

L’indispensabile riforma del Csm

Gian Paolo Demuro

	Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura
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Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’Assemblea plenaria straordinaria del Consiglio Superiore della Magistratura

Il tema della separazione delle carriere ha trovato una soluzione di mediazione, essendo consentito il passaggio da giudice a Pm o viceversa solo una volta ed entro i primi dieci anni di carriera

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Tra referendum e riforme si avvia a conclusione una legislatura in cui il tema della Giustizia ha svolto - come sempre - il ruolo di protagonista, non solo per la rilevanza tecnica dei problemi ma per la sensibilità politica (e i riflessi in tema di consenso) che assume in particolare la giustizia penale. Alle ultime riforme sui settori penale e civile si è aggiunta quella che riguarda l’ordinamento giudiziario e il Consiglio Superiore della Magistratura.

Le nuove disposizioni toccano anche direttamente temi oggetto dei referendum. In particolare il tema della separazione delle carriere ha trovato una soluzione di mediazione, essendo consentito il passaggio da giudice a Pm o viceversa solo una volta ed entro i primi dieci anni di carriera, contro le quattro volte consentite finora. Limiti rigidi sono stati poi stabiliti a proposito di un altro punto assai discusso, l’esigenza di realizzare una più accentuata separazione tra politica e magistratura: si pone il principio che non si potranno esercitare contemporaneamente funzioni giurisdizionali e incarichi elettivi e governativi, con forti restrizioni nel rientro in magistratura per chi si candida e maggiori ancora per chi viene eletto.

Sono in gioco principi fondamentali che riguardano tutti i cittadini: autonomia e indipendenza della magistratura significa, con riferimento al singolo giudice, che il magistrato nell’esercizio della sua funzione non ha altro vincolo che quello della legge; per l’organizzazione giudiziaria nel suo complesso, il senso dei principi è che l’ordine della magistratura non deve dipendere da altro potere e deve esso disporre circa il suo stato.

Nell’alveo di questi principi si pone la riforma più controversa, quella del Consiglio Superiore della Magistratura, organo previsto dalla Costituzione appunto per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e a cui sono assegnati - con questo fine - tutti i provvedimenti riguardanti lo status dei magistrati, cioè le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari. Quello che al comune cittadino può sembrare un compito burocratico è invece giustamente per la nostra Costituzione un ruolo fondamentale: si è voluto evitare che queste decisioni fossero condizionate da finalità estranee alla migliore amministrazione della giurisdizione, magari ponendo condizionamenti sullo svolgimento futuro da parte del singolo magistrato di questa funzione essenziale nella nostra società e per le nostre libertà.

In questa prospettiva di riforma si inseriscono le recenti novità: sale da 24 a 30 il numero dei componenti eletti, dei quali i laici, cioè quelli eletti dal Parlamento tra avvocati e professori universitari, da 8 divengono 10, e i togati, vale a dire i membri eletti dai magistrati stessi, da 16 a 20. Il sistema elettorale sarà misto: binominale (che elegge cioè due candidati) maggioritario, con una quota proporzionale (per eleggere 5 dei 13 giudici di merito). La candidatura diviene individuale, senza liste di appartenenza. In ogni collegio binominale dovranno esserci un minimo di 6 candidati.

Come tutte le soluzioni di compromesso, la riforma ha generato prese di distanza nell’ambito delle stesse forze di governo. D’altro canto è bene non illudersi: non esiste – si è osservato – un sistema ottimale, esente da inconvenienti, per l’elezione dei membri del CSM, come non esiste per qualsiasi tipo di elezione. Nei limiti del certamente perfettibile, si tratterà comunque di garantire una soluzione equilibrata rispetto alle diverse esigenze in gioco, e se un bilanciamento deve essere raggiunto, esso va visto fin d’ora in positivo, tra la conservazione cioè del pluralismo ideale e culturale e la valorizzazione delle capacità e dell’indipendenza dei magistrati. Oltre il meccanismo elettorale, questo sarà anche il compito del nuovo Csm.

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