La Nuova Sardegna

Politica estera

Ucraina e Usa, Giorgia Meloni segue Mario Draghi

di Nicolò Migheli
Ucraina e Usa, Giorgia Meloni segue Mario Draghi

L’azione del governo nel segno della continuità con il precedente

26 marzo 2023
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Nei circoli internazionali, quando Giorgia Meloni andò al governo, la domanda era: ci si ritroverà davanti al solito andazzo sovranista? La campagna elettorale della leader di FdI, aveva rafforzato il pregiudizio. Salvini nell’esecutivo e il ricordo del governo giallo-verde lo confermavano. Quegli ambienti però valutano i fatti più che le parole. Dal secondo dopoguerra l’Italia nelle relazioni internazionali ha tre aree di interesse: la Nato e gli Usa come alleato principale, la Ue di cui è membro fondatore, il Mediterraneo che comprende Nord Africa fino alla Nigeria e Corno d’Africa, Medio Oriente fino all’Indo.

Durante la guerra fredda l’Italia seppe ritagliarsi spazi di manovra che furono pari a quelli tedeschi della Östpolitik. Cosa non facile avendo i due Paesi perso la guerra. L’Italia si mosse non solo nel Mediterraneo, ma anche verso l’Urss. Basti ricordare gli investimenti della Fiat a Togliattigrad. Dopo anni di appannamento, con la pandemia e la guerra ucraina, la politica estera diventa centrale nel dibattito italiano, ci si rende conto che non si è soli nel mondo, che il contesto è ridiventato pericoloso, che, come sottolineato da molti osservatori, le relazioni internazionali determinano la politica interna. Non a caso la campagna elettorale per le europee del 2024 si sta delineando sugli equilibri internazionali e non sulla politica interna come è avvenuto fino al 2020. Per il governo Meloni ci si attendeva che il focus fosse solo sull’emigrazione, invece, benché quel fenomeno sia centrale nelle loro politiche, si assiste a una continuità con le linee di intervento storiche, accentuate dall’esecutivo di Draghi. Vi è continuità nella posizione verso l’Ucraina e vicinanza a Nato e Usa. Se FdI stando all’opposizione aveva appoggiato le misure del governo tecnico, non era detto che avvenisse una volta che nella maggioranza erano presenti Salvini e Berlusconi.

Le dichiarazioni di quest’ultimo favorevoli alla Russia creano notevole imbarazzo a Meloni, così come la Lega non ha mai interrotto il rapporto con Russia Unita, il partito di Putin. Alla lunga, stante che gli italiani, secondo i sondaggi, siano i più tiepidi in Europa nell’appoggio a Kyiv, non si sa quanto la posizione del governo resisterà. Verso la Commissione europea non vi sono motivi di conflitto. Si è preso atto che con il debito alto gli spazi di manovra sono ridotti. Vi è il Pnrr, di quei fondi l’Italia ne ha un bisogno vitale. Lo scontro è semmai con la Francia e la Germania di cui non si accetta il loro ruolo di leadership nella Ue. Visto che le relazioni tra i due Paesi non sono delle migliori, l’Italia potrebbe inserirsi, però non bastano le recriminazioni per il mancato invito alla cena con Zelensky. I franco tedeschi vorrebbero un allentamento dei regolamenti comunitari sugli aiuti di Stato, mentre l’Italia, stante il debito, non può permetterseli e preferirebbe il rifinanziamento del Pnrr. Meloni è leader del gruppo dei conservatori europei, però sta facendo di tutto per non essere schiacciata sulle posizioni di Visegrád che sono a rischio sanzioni della Ue. Nel Mediterraneo, continuità con Draghi, i rifornimenti energetici prima di tutto. Per cui i viaggi in Algeria e in Libia. In quest’ultimo Paese una grande attenzione al controllo dei migranti. Passando sui diritti umani, bisogna dire che anche i governi precedenti non se ne sono curati di più. Attenzione verso la Turchia considerata strategica per gli interessi italiani. Così per Israele nonostante il contestatissimo in patria Netanyahu. Mentre è in crisi il rapporto con la Cina. Il memorandum sulla Via della Seta probabilmente resterà lettera morta. Si aprono spazi in India. Se in politi ca estera si registra una continuità, un Paese non cambia la sua postura a ogni elezione, non è così nella politica interna. La destra negli atti si fa sentire tutta e marca la differenza con l’esecutivo precedente.

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