La Nuova Sardegna

Il caso di Cortoghiana

Anche i medici hanno le loro maschere di ferro

La maschera e un'immagine di Bruno pubblicate sul profilo di Irene Testa
La maschera e un'immagine di Bruno pubblicate sul profilo di Irene Testa

La pietosa vicenda del paziente affetto da picaismo dove per gestire il suo grave problema si è ricorsi a una maschera stile Hannibal Lecter e alla fasciatura delle mani

15 aprile 2023
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E' facile immaginare che pochi, tra coloro che si sono imbattuti in questi giorni nella pietosa vicenda del paziente sardo ricoverato in una struttura di assistenza per i disabili del Sulcis-Iglesiente abbiano sentito parlare di pica (o picacismo o allotriofagia). La sindrome per la quale il malato era “curato” (si fa per dire) con le mani legate e una sorta di maschera sul volto che evoca quella di Hannibal Lecter. E’ possibile anche – dato il clamore mediatico sollevato dalla giusta denuncia della Garante della Sardegna per le persone private dalla libertà personale – che qualcuno, vedendo le immagini, abbia pensato ad una terrificante deturpazione fisica come quella prodotta dall’antico flagello della lebbra che portava la società medievale a costruire i lebbrosari per segregarvi e isolare dalla comunità gli sventurati che andavano incontro a orribili alterazioni del viso, delle mani e dei piedi. Niente di lontanamente simile è prodotto dalla sindrome di pica che quel paziente si trascina da sedici anni e che non giustifica nessun isolamento e contenzione. Classificata come un disturbo dell’alimentazione dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), la bibbia degli psichiatri, è definita come una condizione che implica «l’ingestione persistente di sostanze non nutritive per un periodo di almeno un mese, che è inadeguata allo sviluppo dell’individuo e non fa parte di una tradizione culturale». Fatta eccezione per alcuni comportamenti socialmente accettati in determinate culture e religioni, come la pratica di mangiare terra a El Santuario de Chimayó, un luogo di culto cattolico romano nel New Mexico, la pica è un disturbo dell’alimentazione. Non è conosciuto come l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa - ma forse è più diffuso di quanto non dicano le incerte statistiche fornite da fonti di diversa origine e autorevolezza scientifica. Che raccontano tra quali gruppi si manifesta più di frequente: bambini piccoli, in particolare quelli sotto i 6 anni; donne incinte che manifestano il desiderio di cibi inappropriati; persone in determinate condizioni di salute mentale (disturbo dello spettro autistico, disabilità intellettive) nelle quali la malattia si manifesta con l’ingestione continuata nel tempo di sostanze che non sono cibo e non hanno alcun valore nutrizionale o scopo (terra, sabbia, carta, gesso, legno, cotone ecc.). Non per niente, il termine deriva dal latino pica, nome di una specie di uccello, la gazza euroasiatica, nota per l'abitudine di beccare qualsiasi oggetto.

Anche senza conoscere nei dettagli il “caso” in questione – peraltro già sollevato in altri ambiti istituzionali – si può, credo, dare per certo che quello di Bruno, il paziente “isolato” dal mondo nell’Aias di Cortoghiana, sia tra i meno comuni e più gravi, in cui il disturbo ossessivo-compulsivo, non controllabile, porta a inghiottire oggetti pericolosi o tossici, feci di animali, argilla o terra contenente parassiti o altri germi, capelli che possono rimanere bloccati nel tratto digestivo, causando blocchi, lacerazioni o altri danni. Pericoli, tutti da cui era necessario difendere quel malato che evidentemente non è in grado di controllare l’impulso da solo. Ci sono pochissimi farmaci che possono aiutare con la pica. Ma è pensabile che il trattamento per difenderlo da sé stesso – casco e mani legate – non abbia alternative? A pensar male – si sa – si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Certo è che quell’orrido dispositivo che impedisce l’uso delle mani rappresenta un modo piuttosto “spiccio” del prendersi cura che non richiede lo sforzo, da parte di chi se ne prende cura, di ricorrere a tecniche comportamentali, metodi terapeutici e, magari, ad un operatore sanitario con una formazione specifica in questa condizione così rara. Chissà come guarda il mondo, da sedici anni, il paziente Bruno, da quella grata, l’unico “rimedio” messo in campo contro la sua malattia.

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