La Nuova Sardegna

Laurea in carcere

Il sapere come cura dell’anima

di Giampaolo Cassitta
Il sapere come cura dell’anima

Un ergastolano che si stava per laureare in giurisprudenza spiegò che lo faceva perché aveva necessità di giustizia, voleva comprendere fino in fondo i propri errori e aiutare gli altri a non commetterne

20 maggio 2023
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L’Università in carcere è “il mare fuori”. Onde di speranza, scogli su cui aggrappare quell’immensa voglia di libertà e di conoscenza. Si studia per fuggire da quelle giornate che si presentano sempre uguali, dalle parole masticate tra l’ora d’aria e la rassegnazione di essere per sempre ultimo. Si studia perché è un’opportunità, una possibilità trattamentale, un percorso che dovrebbe essere più ampio, più fruibile e non solo dal 4% della popolazione penitenziaria, come ha ben rilevato il Prof. Emanuele Farris, delegato rettorale per il Polo Universitario Penitenziario dell’Università di Sassari.

La laurea di un detenuto – secondo l’ordinamento penitenziario – non dovrebbe destare meraviglia in quanto l’istruzione, insieme al lavoro, sono elementi essenziali per restituire dignità al condannato e prepararlo per riaffrontare le strade tortuose della libertà. Lo studio dovrebbe essere la ricucitura di un discorso spezzato da chi, negli anni, ha preferito cavalcare scelte diverse. Il Polo Universitario di Sassari è un piccolo fiore all’occhiello, una scommessa partita nel 2002 e che vide il primo detenuto laurearsi ad Alghero in biblioteconomia. Era il bibliotecario del carcere e la sua tesi fu il primo tassello di sociologia penitenziaria: analizzò i flussi dei lettori, le loro scelte, la loro voglia di leggere. Un cortocircuito virtuoso che portò, per la prima volta in Sardegna, una commissione d’esame composta da docenti e dal preside della facoltà a consegnare il “pezzo di carta” direttamente in carcere, in un piccolo quartiere della città. I genitori, invitati alla discussione della tesi, quel giorno non trovavano le parole e gli sguardi del laureando erano tutti per loro: aveva abbandonato gli studi per il reato commesso, aveva promesso che avrebbe ripreso e lo fece. Nel migliore dei modi. Da quel giorno si capì che l’università era una “possibilità” un’occasione da sfruttare.

Dopo Alghero furono prima il carcere di Tempio Pausania e poi Oristano, Nuoro e Cagliari ad aprire allo studio universitario, a raccogliere la sfida difficile ed entusiasmante. Una sfida di passione. Essere diventati, in pochi anni, un polo di eccellenza a livello nazionale è merito del Prof. Farris, degli educatori e delle aree pedagogiche degli istituti penitenziari ma è anche – e soprattutto – merito dei detenuti che hanno saputo ricominciare - e in molti casi cominciare – il discorso interrotto con i libri, con la scoperta dell’ignoto. All’inizio il percorso universitario era visto solo ed esclusivamente come un modo per ottenere un permesso, la voglia di “evadere” attraverso un impegno “di facciata”. Quando poi incrociai – a Nuoro – gli occhi di un ergastolano che non poteva ottenere nessun beneficio. Scoprii che si stava per laureare in giurisprudenza e gli chiesi perché proprio quella facoltà. Mi rispose che aveva necessità – si, proprio necessità – di giustizia. Voleva comprendere fino in fondo i propri errori e avrebbe voluto aiutare gli altri a non commetterne. Un altro laureando in storia e filosofia confessò che la sua decisione era maturata durante l’ora d’aria. Non fu indotto dai compagni di pena ma da una constatazione. «Trascorriamo ore a camminare in maniera maniacale e molti di noi contano i passi che sono pesanti come macigni. Ho letto qualcosa di Aristotele e non ho capito molto. Ma mi son sentito leggero. Dovevo cambiare il peso di quei passi». L’Università si occupa di carcere e il carcere si incuriosisce per l’Università. È un incontro bellissimo, fatto da uomini assetati e da piccoli portatori d’acqua che lavorano all’interno di uno piccolo e strano quartiere. Gli sguardi di chi legge, studia, prende appunti all’interno di una cella con le sbarre sono sempre obliqui, sempre rivolti verso “il mare fuori”. Quel mare è una laurea, una scommessa, un voler dimostrare – se ancora ce ne fosse bisogno – che le sbarre non possono limitare la voglia di sapere, di conoscere, di poter annusare la speranza grazie anche all’Università.

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