La nuova geografia nucleare
Le spese per gli armamenti sono salite in modo esponenziale, sia tra le democrazie che tra i governi autocratici
La fine della pandemia ha restituito un mondo frammentato e conflittuale, dove guerre reali e commerciali segnano una nuova epoca di divisioni e confronto tra nazioni. Non è lo scenario che il “mai più come prima” ripetuto durante la crisi del Covid-19 sembrava prefigurare.
Era lecito aspettarsi che la lezione appresa spingesse verso una condivisione delle conoscenze scientifiche e tecnologiche e a concentrare le risorse nella sanità e nella cura delle persone. Non è andata così e i conflitti aperti o potenziali hanno riaperto un’incontrollabile spinta al riarmo. Le spese per gli armamenti sono salite in modo esponenziale, sia tra le democrazie che tra i governi autocratici. La parte più inquietante di questa corsa al riarmo è che comprende anche gli armamenti nucleari. Secondo il recente rapporto pubblicato dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, vincitrice del Nobel per la Pace nel 2017, i nove paesi “nucleari” hanno “dissipato” risorse finanziarie pari a 82.9 miliardi di dollari (md) nel solo 2022. Gli Stati Uniti sono in testa a questa classifica con 43.7 md, seguiti da Cina (11.7), Russia (9.6), UK (6.8), Francia (5.6), India (2.7), Israele (1.3), Pakistan (1) e infine la Nord Corea (589 milioni). Le cifre aggiustate per parità di potere di acquisto fanno salire di molto la reale spesa di paesi come la Cina, India e Pakistan. Sono Stati in cui il tenore di vita è appena sopra la soglia di sopravvivenza e dove ingenti investimenti in istruzione e salute sarebbero più che necessari. Ai nove paesi che producono e accumulano armamenti nucleari vanno aggiunti cinque paesi della Nato che ospitano testate nucleari statunitensi e 29 che ne appoggiamo un uso difensivo. Tra i paesi che ospitano le testate nucleari c’è l’Italia seconda in Europa con 40 bombe termonucleari di tipo B61. Questi armamenti sono in corso di aggiornamento e il costo per ogni bomba di tipo tattico è di alcune decine di milioni di euro. L’Italia non ha firmato il Trattato per la Proibizione degli Armamenti Nucleari (TPNW), come gli altri paesi “nuclearisti”, avendo un ristretto margine di manovra a causa della sua partecipazione alla Nato anche se una differente posizione, come quella di altri stati europei, sarebbe possibile. Si può far parte dell’alleanza pur senza ospitare armi nucleari, sarebbe almeno un primo passo; non esiste nessun obbligo legale per cui l’Italia non possa aderire al TPNW pur restando nella Nato. Nel frattempo le grandi potenze nucleari facendo leva sulle reciproche accuse di minacce alla sicurezza nazionale invece di trovare una via negoziale, che sarebbe solo buon senso comune, sono preda di una rinnovata corsa allo sviluppo di armi nucleari di nuova generazione. Nel 2021, l'Ufficio del Bilancio del Congresso degli Stati Uniti ha stimato l’impegno di spesa necessario nel prossimo decennio per aggiornare l’arsenale nucleare in 634 miliardi di dollari, un aumento del 28% rispetto al precedente decennio. Dietro l’imponente spinta allo sviluppo di nuovi armamenti nucleari c’è negli Stati Uniti una lobby organizzata che guadagna centinaia di milioni di dollari nel sostenere l’industria militare. In Cina, il People Liberation Army, è uno strumento del partito comunista cinese e risponde direttamente al suo presidente. È bastato che Xi vedesse nella potenza militare un strumento fondamentale per riaffermare il ruolo della Cina del mondo per scatenare la corsa al riarmo di Pechino. Nel caso della Russia, addirittura il primo paese al mondo per numero di testate, queste sono eredità della guerra fredda e di un passato di grande potenza che chiaramente non esiste più. Questa miscela di autocrati e lobby degli armamenti, è sufficientemente organizzata per tenere il mondo in ostaggio della minaccia nucleare. Nonostante la maggioranza sia contraria ad ogni uso di armi nucleari, la sua voce è flebile e poco ascoltata.
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