La Nuova Sardegna

Il valore della legalità

Difendere la pietra della democrazia

di Giampaolo Cassitta

	La casa all'Asinara dove soggiornarono Falcone e Borsellino
La casa all'Asinara dove soggiornarono Falcone e Borsellino

Dopo la morte di Matteo Messina Denaro restano aperti gravi interrogativi su come sia stato possibile che il cancro della mafia si sia esteso con tanta virulenza

26 settembre 2023
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In quello sguardo impenetrabile, in quel sorriso enigmatico, in quelle parole inutili e contorte, costruite ad arte, in quella frase beffarda: «Se non fossi stato malato non mi avreste mai preso» si riassume la vita di un criminale intriso di ferocia e assoluto disprezzo per uno Stato di diritto. Si conclude la fase terrena che cancella tutto e lascia il posto alla “pietas”. Passaggio difficile e, a volte impossibile, per chi ha subito nel corso degli anni le sue sentenze di morte. Matteo Messina Denaro è stato, forse, l’ultimo vecchio boss, l’ultimo dispensatore di stragi e di violenza, di sfida aperta contro uno Stato che, il più delle volte, ha balbettato e ha mandato sul fronte pochi e coraggiosi uomini divenuti, loro malgrado, degli eroi. Quando l’altro giorno siamo stati all’Asinara, con dei giovani che hanno seguito un master di giornalismo e ci siamo soffermati sulla lapide che ricorda Giovanni Falcone e Paolo Borsellino mi son reso conto che gli sguardi di quella nuova generazione erano forti, decisi e consapevoli. Quegli studenti erano colpiti dal peso dei ricordi: dai due giudici che avevano lavorato su quell’isola per combattere e debellare la mafia ma anche da quegli uomini violenti, cattivi, incapaci di comprendere il peso della vita. Hanno chiesto di Riina, di Bagarella e il discorso è scivolato su Matteo Messina Denaro e hanno dimostrato una conoscenza del personaggio e delle accuse che, negli anni, gli erano state formulate. E una ragazza, davanti a quella lapide ha detto a bassa voce, forse per raccontarlo solo a se stessa: “perché?” Ecco, è la domanda più atroce, più intensa, più forte che le nuove generazioni ci pongono: quel perché necessita risposte, spiegazioni, deve scuotere le coscienze di chi ha permesso a Matteo Messina Denaro in quel terreno gonfio di anomia, in quello che Durkheim considerava la mancanza di regolamentazione sociale e morale, di poter agire indisturbato per troppi anni.

Perché un uomo apparentemente insignificante è riuscito, insieme ad altri individui, a conquistare un pezzo del paese? Perché schegge dello Stato con i loro silenzi, i depistaggi, la noncuranza, il poco senso del dovere hanno barattato la crescita sociale di molte generazioni? Quella giovane ragazza, che da grande vorrebbe intraprendere il mestiere di giornalista, con quel perché ha scoperchiato un pozzo nero, un labirinto di omissioni, di commistioni, di giochetti, di trattative segrete, di baratti incredibili che ci sono stati tra alcuni indegni rappresentanti dello Stato e i capi mafia. Questi signori, questi portatori di orrore, hanno permesso la morte di Dalla Chiesa, di Falcone, Borsellino, di Ninni Cassarà, di Pier Santi Mattarella. Hanno provato a scardinare la pietra della democrazia e hanno tentato di modificare l’orizzonte dei giovani. Matteo Messina Denaro come Raffaele Cutolo, Totò Riina, Bagarella, Provenzano hanno rappresentato un cancro difficile da estirpare perché hanno lavorato su un terreno che, insieme ad alcuni complici, hanno minato e quando con forza, con caparbietà, con passione e con grande senso dello Stato alcuni personaggi hanno provato a disinnescare quel campo non sempre tutto è andato bene.

La morte di Messina Denaro non è una vittoria e non è neppure una sconfitta. Lo stato non ha tra le proprie armi istituzionali la vendetta. La morte è sempre un fatto privato. Rimane, semmai, la consapevolezza di dover ricordare, con forza, cosa è capitato negli anni dal 1980 al 2000 e cosa, invece, si sta modificando negli assetti della criminalità organizzata. I nuovi padroni studiano, entrano nei labirinti dell’economia, lo stesso Messina Denaro aveva compreso che il silenzio valeva molto di più di una bomba e di una strage. La lotta alla mafia non è finita. Continua e dobbiamo dotarci di nuovi strumenti per poterla affrontare. Dobbiamo essere in grado di poter rispondere a tutti i perché che le nuove generazioni lanciano dalla prua di una nave che scommette su un futuro senza mafia.

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