I nipoti ritrovati: figli dei desaparecidos argentini

BOSA. La dittatura argentina non si misura solo dalle drammatiche cifre dei trentamila desaparecidos o degli oltre cinquecento bambini, figli delle donne arrestate durante la gravidanza e poi uccise...

BOSA. La dittatura argentina non si misura solo dalle drammatiche cifre dei trentamila desaparecidos o degli oltre cinquecento bambini, figli delle donne arrestate durante la gravidanza e poi uccise dopo il parto, dati in adozione illegale. Si misura anche da ogni singola storia di dolore, di speranza e libertà, che i nietos restituidos, i nipoti ritrovati, raccontano.

Le testimonianze supportano la difficile ricerca della rete per l’identità delle nonne di Plaza de Mayo. Dal 2009 prende vita grazie all’impegno di Jorge Ithurburu, della Biblioteca del Rosario di Alghero, dell’Unitre di Bosa e del Centro Studi Mastinu-Marras di Tresnuraghes. È calato un pesante silenzio nella sala conferenze dell’università della terza età quando Macarena Gelman e Manuel Concalves Granada hanno raccontato le loro storie. Macarena e Manuel sono due dei 108 bambini di allora che le abuelas, le nonne argentine, hanno caparbiamente e pazientemente cercato e ritrovato. Due degli oltre 500 bambini in fasce strappati alle madri uccise dal regime e dati in adozione. «Mia madre e il suo compagno vennero arrestati nel 1976. Mio padre venne ucciso un mese dopo. Il suo corpo fu ritrovato nel 1989, insieme ad altri, dentro un bidone sotterrato nella provincia di Buenos Aires. Vicino venne anche ritrovato il corpo di una donna incinta, con il feto già in posizione per nascere, colpita alla nuca e al ventre. Un particolare che mi ha impressionato, perché quando venne arrestata mia madre era al settimo mese. Venne portata in Uruguay dove venni alla luce. Qualche mese dopo fu uccisa, non ho notizie del suo corpo. Ho scoperto tutto questo a 23 anni, grazie alle ricerche di mio nonno (il poeta Juan Gelman, ndc) che mi ha ritrovato», racconta Macarena Gelman. Manuel Concalves Granada ha fatto la sua scioccante scoperta a diciannove anni, quando venne a sapere di essere stato adottato. «Mio padre venne preso il primo giorno del colpo di stato e ucciso. Mia madre riuscì a scappare, ma venne trucidata tempo dopo insieme a un’altra famiglia dai militari che la cercavano. Io scampai al massacro, mi tennero per quattro mesi in ospedale e poi fui dato in adozione alla famiglia di un giudice che non conosceva la storia».

Così Manuel, ricostruita la sua storia grazie al dna, ha potuto riabbracciare l’unica nonna sopravvissuta, Matilde. L’impegno dei due giovani oggi è nella dolorosa testimonianza per una causa che inevitabilmente li lega a tante altre tragedie. La ricerca della Rete per l’identità, fondata dalle Abuelas, dei bambini strappati alle loro famiglie. «Molti mi chiedono se non fosse stato meglio non sapere – dice Macarena Gelman –. Credo che il dolore maggiore sia la menzogna. La conoscenza della verità dà una libertà che altrimenti non puoi avere. Io non avrei voluto non sapere». (al.fa.)

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