La vergogna del laboratorio ex-Isola

Struttura completamente abbandonata, regno di sbandati e animali, è una vera e propria pericolosa discarica

ORISTANO. Su via Olbia, dove una volta c'era l'ingresso principale, il cancello di ferro è chiuso con un robusto lucchetto. Sul retro, che da su via La Maddalena, si entra invece senza problemi da un grosso varco alla base di un pericolante muro di blocchetti.

Poi per raggiungere i capannoni abbandonati dell'ex laboratorio per la produzione di ceramiche artistiche della ormai defunta Isola (Istituto sardo organizzazione lavoro artigiano l’ente regionale strumentale che si occupava di valorizzare le attività di questo settore) bisogna ritagliarsi un varco a zig zag tra sterpaglie secche a rischio di incendio e rifiuti di ogni genere.

Tra tonnellate di ferrovecchio a cielo aperto e cumuli di ceramica abbandonati sul posto dopo la chiusura della struttura c'è anche la carcassa di una vecchia 1.100, forse un'auto blu d'epoca, mangiata dalla ruggine e poi ancora bustoni di plastica piendi di porcherie lanciati oltre il muro dalla strada in tempi anche recenti.

Dentro i i capannoni è il regno dei piccioni. Ce ne sono decine, che si levano in volo all'improvviso per scappare da un grosso buco della copertura in cemento amianto parzialmente crollata.

Sul terreno hanno lasciato nel corso degli anni quintali di guano, che per fortuna non puzza. Il capannone principale è quasi vuoto, ma conserva qualche presenza ingombrante.

Vecchi macchinari da archeologia industriale, ma anche qualche decina di grandi cartelloni pubblicitari commissionati, acquistati e sicuramente anche pagati (forse pure a caro prezzo) dalla Regione per essere sistemati sulle strade dell'isola a uso e consumo dei turisti che però a quanto pare non hanno mai avuto il piacere di poterli vedere durante le loro vacanze in Sardegna.

In uno stanzone laterale anche un piccolo museo di macchine da ufficio, ordinatamente conservate su scaffali di ferro appoggiati al muro e protette da uno spesso strato di polvere. La struttura occupa complessivamente una superficie di oltre 1.500 metri quadri e per quanto se ne sa appartiene alla Regione e in particolare sarebbe in carico all'assessorato agli Enti locali. L'assessorato era stato anche chiamato in causa dall'Areas (Associazione regionale ex esposti amianto) per un intervento di bonifica della copertura dei capannoni in lastre di cemento amianto. L'appello però era rimasto senza risposta e di fronte al silenzio dell'assessore e dei suoi uffici, a metà luglio il presidente dell'Areas aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica.

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