La Nuova Sardegna

Oristano

Novello: terapie e rilancio del “malato”

di Piero Marongiu
Novello: terapie e rilancio del “malato”

Alla 29esima sagra di Milis convegno sulla crisi di questo tipo di vino: secondo gli esperti si scontano errori nel marketing

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MILIS. Archiviate le polemiche, l’edizione numero 29 della rassegna dei novelli sardi apre con un interessante convegno che mette a nudo pregi e difetti di un vino che cerca, faticosamente, di recuperare il favore dei consumatori. Al capezzale del malato, il novello appunto, in questi ultimi anni si sono accostati in tanti. Ognuno con la propria ricetta che, almeno finora, si è dimostrata inefficace a rivitalizzare un prodotto che sembra essere sceso irreversibilmente nella considerazione dei gusti dei consumatori. «Il calo nel favore dei consumatori – ha detto Roberto Dessanti, presidente dei Sommelier sardi – non si giustifica soltanto con il venir meno della moda che ne aveva decretato il successo qualche anno fa, ma che nelle scelte di marketing sbagliate operate dalla grande distribuzione. La promozione del 3 per 2, operata all’uscita del prodotto, anziché contribuire a renderlo più appetibile lo svilisce. Dal novello non ci si deve attendere nulla di diverso di quello che un vino con quelle caratteristiche può, e deve, dare. Il novello nasce per occupare lo spazio che intercorre tra l’arrivo del vino nuovo e quello dell’annata precedente. I novelli attuali, dopo anni di autentica mortificazione del prodotto, per fortuna, è tornata a buoni livelli». I numeri, relativi alla produzione vinicola in generale, dicono che dal 1984 a 2014, nell’Isola, c’è stato un decremento notevolissimo. Se sotto il profilo della qualità i progressi sono stati costanti, sotto quello della quantità il calo è stato altrettanto notevole. Franco Fronteddu, dell’agenzia Laore, mostra i dati che riguardano il comparto, non esclusivi alla produzione del novello, che dimostrano una sorta di “disamore” dei produttori nei confronti di un settore che langue. Nel 1984 gli ettari coltivati a vigneto erano poco più di 70 mila a fronte dei 27mila del 2014, di cui circa 3mila nella provincia di Oristano. Il 70 per cento della produzione delle 37mila aziende è dato dalla lavorazione di uve rosse, prevalentemente cannonau, coltivato in circa 7mila ettari in ambito regionale, la maggior parte dei quali nel nuorese. Tra le uve bianche, invece, la fetta più grossa è appannaggio del Vermentino. Seguono il Nuragus e molto staccato il Vernaccia, endemico dell’oristanese, che impegna circa l’1 per cento degli ettari coltivati. Al decremento delle aree coltivate però corrisponde un costante recupero delle cosiddette varietà minori, che costituiscono un elemento connotativo dei territori. Ci sono infatti vitigni esclusivi di una data area geografica, come il “Caddiu” per la provincia di Oristano. La produzione da qualche anno si è stabilizzata in circa 710 mila per quintali annui. I Doc (denominazione di origine controllata) sono 17, mentre uno solo, il vermentino, può vantare la denominazione di origine geografica (Dog). In Sardegna attualmente operano 23 cantine sociali, 4 nella provincia di Oristano, a fronte delle 140 private. Annualmente si producono circa 28 milioni di bottiglie, in prevalenza rosso, di cui almeno 9 milioni sono di cannonau. Il dato importante riguarda la richiesta dei consumatori, decisamente inferiore rispetto agli anni scorsi, orientato però verso la qualità. «Oggi – ha detto Alessandro Vagnozzi, parlando di vino e internet – sono sempre di più le persone che acquistano attraverso internet. E chi compra, cerca soprattutto la qualità».

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