Sindaci e Sprar, per imparare il 2° grado dell’inclusione
ORISTANO. Riace, paese calabrese della costa jonica non è solo il luogo d’origine dei famosi bronzi. È il centro simbolo della nuova frontiera dell’accoglienza, che nel linguaggio tecnico si chiama...
ORISTANO. Riace, paese calabrese della costa jonica non è solo il luogo d’origine dei famosi bronzi. È il centro simbolo della nuova frontiera dell’accoglienza, che nel linguaggio tecnico si chiama Sprar, sigla che significa “Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati”. Siamo al secondo livello dell’accoglienza, quello che passa all’inclusione partecipata e nella quale i Comuni, che spesso osteggiano l’arrivo dei migranti nei centri di accoglienza, hanno un ruolo attivo, di controllo e di promozione. Riace nel 1998 sembrava uno dei centri della Sardegna in via di spopolamento: fenomeni migratori in uscita, scuole chiuse. I migranti gli hanno cambiato il volto: si sono riaperte botteghe, affittate case, rianimate le scuole. Nell’isola sono attivi nove Sprar, sette nel cagliaritano e due in provincia di Sassari. Per parlarne, ieri, il prefetto di Oristano Giuseppe Guetta ha convocato i sindaci e assieme all’Anci ha provato a capire a cosa servano e quali vantaggi comportini. Intanto gli Sprar prevedono l’inserimento dei migranti, pochi per volta, in appartamenti dove, seguiti dagli operatori e dall’ente gestore – il Comune –, vengono accompagnati a un progressivo assorbimento nella comunità. Sia dal punto di vista lavorativo che sociale. «Dal 2007 a oggi non abbiamo mai avuto problemi con alcuno, gestiamo sette appartamenti a Cagliari e le questioni sono quelle ordinarie di un condominio», sottolinea Stella Deiana, la coordinatrice del primo progetto avviato in Sardegna. L’ente proponente allora era la Provincia, il soggetto esecutore l’Associazione cooperativa e confronto, che fa capo alla Collina di don Ettore Cannavera.
Ci sono straordinarie opportunità offerte dallo Sprar. Basti pensare alle tante case sfitte che cadono a pezzi nei piccoli comuni di cui è composto il tessuto connettivo isolano, e ancora di più quello dell’oristanese. C’è un importante aspetto nel coinvolgimento di chi è rimasto a guardia di questi vecchi paesi: i vecchi dei paesi, magari gli artigiani che non hanno più apprendisti e che potrebbero riaprire le loro botteghe per insegnare un lavoro ai nuovi concittadini. È un percorso su cui ragionare, che implica la consapevole partecipazione del Comune e di tutta la comunità. C’è anche la possibilità, che nell’Oristanese è in fase di studio, di un centro per minori. Anche qui, al di là del valore aggiunto economico per via di contributi in misura maggiore per l’assistenza ai bambini, c’è la possibilità di rianimare centri che non vedono nascite da anni. Come è accaduto a Riace, alla quale i migranti hanno concesso i supplementari dell’esistenza.(si.se.)
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