Il Mare Nostrum invaso dalla plastica

L’analisi dei ricercatori del Cnr di Torregrande: «Ottanta tartarughe su cento ingeriscono sostanze tossiche»

ORISTANO. Non solo l’essenziale è invisibile agli occhi. Spesso lo è anche la plastica, in particolare quella che viene catalogata come microplastica. Piccola, piccolissima tanto da non essere facilmente distinguibile e così, mentre impazza la discussione (razionale?) tra sacchetto biodegradabile a due centesimi il pezzo e sacchetto di plastica comunque pagato sebbene non in maniera esplicita, la parola di chi studia i nostri mari dovrebbe avere un certo peso nell’orientare scelte di vita e persino le politiche. Non sempre è così, ma a volte gli studiosi andrebbero ascoltati e ancor più se passano il tempo a dedicarsi a osservazioni che danno indicazioni chiare.

Il mare pieno di plastica. Il pool del Cnr che lavora a Torregranha viaggiato in lungo e in largo per il Mediterraneo occidentale. Dal mar Ligure alle coste della Tunisia, dal Tirreno al mare della Sardegna, dalle Baleari a Gibilterra, la risposta è una sola: la plastica non solo è ovunque, ma aumenta spaventosamente. La percentuale rilevata si avvicina di molto a quella delle famosissime isole di plastica dell’oceano Pacifico. A rivelarlo sono gli apparati digerenti delle tartarughe e di pesci come triglie, merluzzi, sgombri. Le specie animali sono infatti una sorta di campionatori e così i ricercatori Andrea De Lucia, Andrea Camedda, Stefania Coppa e Luca Palazzo dieci anni fa hanno iniziato la loro analisi scientifica. Lo studio è partito con l’esame delle tartarughe marine, ma da un anno a questa parte è stato esteso anche a vari tipi di pesci e persino ai molluschi. Purtroppo gli esiti sono sempre gli stessi e poco rassicuranti e sono soprattutto le tartarughe, specie di gran lunga più controllata, a dirci che l’inquinamento da plastica cresce.

Tartarughe “plastivore”. La scienza parla coi numeri, quella delle ricerche del Cnr dice che nel 2007, quando è iniziata la ricerca, su cento “caretta caretta” controllate il 15% aveva almeno un residuo di plastica nello stomaco, ora quella percentuale è salita esponenzialmente. Su un campione identico si è arrivati a un picco di 80 tartarughe su 100 ad aver ingerito plastica. Il dato non riguarda solo le coste dell’Oristanese, perché gli studi sono stati appunto estesi a gran parte del Mediterraneo occidentale che quindi non gode certo di buona salute. La riprova è la presenza di un 10% di pesci che ingerisce plastica – in questo caso però il campione non è ancora scientificamente sufficiente per poter trarre delle conclusioni –.

Dal mare alle tavole. Ad ogni modo, quando si dice pesce si sta parlando di quello che poi finisce sulle nostre tavole e, se c’è chi non si impietosisce di fronte a una tartaruga marina che muore d’inedia perché ha lo stomaco otturato, quel qualcuno dovrebbe almeno riflettere sul fatto che quella plastica poi finisce anche nel suo stomaco proprio quando mangia il pescato contaminato. Ovviamente quella di ingerire la plastica da parte degli esseri viventi che popolano il mare non è una scelta. A volte le tartarughe scambiano dei residui di plastica di dimensioni non piccole per meduse, ma per il resto fanno entrare nel loro organismo la microplastica mangiando lo zoo plancton. Le analisi dei tessuti sugli organismi superiori dicono che anche questi microrganismi ingeriscono a loro volta plastica, in particolare gli ftaliti ovvero quegli additivi che servono a rendere la plastica più elastica. Un tempo erano utilizzati anche nel cellophane per confezionare cibi, ma, appurato che sono fortemente dannosi, sono stati vietati. C’è poi il discorso del cosiddetto raw pellet, granaglia con dimensioni al limite tra la macroplastica e la microplastica che attraggono sostanze simili e assorbono elementi come idrocarburi. Naturalmente se nel plancton dei nostri mari ci sono tracce di ftaliti o di altre sostanze, significa che tutti gli altri organismi di quella catena alimentare ingeriscono elementi tossici. Uomo compreso.

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