«Non ingannare è un dovere morale»
di Giuseppe Centore
Monsignor Ignazio Sanna delinea un bilancio del Festival della comunicazione, conclusosi dopo due settimane di eventi
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ORISTANO. È stato l’evento che ha portato la città alla ribalta nazionale, creando un continuo link tra i dibattiti e le conferenze da una parte e la stretta attualità dall’altra, quasi che gli organizzatori della tredicesima edizione del Festival della Comunicazione confidassero nel turbinio di notizie, alcune ridicole, altre tragiche di queste settimane per celebrare nel migliore dei modi l’argomento di questa kermesse: fake news e giornalismo di pace. Parole d’ordine solo in apparenza lontane.
Le falsità alimentano i conflitti, non solo quelli bellici, e i più esposti a quello che è un vero e proprio bombardamento di false notizie sono i meno attrezzati a capirle, a capire le parole e il loro significato. Non a caso Don Lorenzo Milani vedeva, come ha ricordato l’arcivescovo nella presentazione del Festival, nella conquista delle parole il riscatto degli umili. Ignazio Sanna ha fortemente voluto che il Festival, si svolgesse quest’anno in Sardegna. A conclusione della manifestazione ha rilasciato alla Nuova questa intervista.
Il Festival nazionale, ospitato quest'anno dalla sua Diocesi ha voluto porre al centro della sua riflessione il tema delle fake news, delle notizie false o falsificate. Perchè questa scelta?
«Il tema del festival della comunicazione è determinato dal messaggio del Papa per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali; il tema proposto per la giornata mondiale di quest’anno era per l’appunto: “la verità vi farà liberi. Fake news e giornalismo di pace”. Il festival nazionale è organizzato dalla Pia Società San Paolo ogni anno in una città diversa. Ho accettato ben volentieri di tenere il festival a Oristano, per dare un contributo di cultura e un supplemento di anima alla nostra città».
Nei dibattiti si è posto l'accento sulla ricerca di quello che il Santo Padre ha chiamato giornalismo di pace. Come può questo essere declinato in Sardegna, terra povera dove la violenza verbale, o le fake news trovano terreno fertile?
«Tutti conosciamo l’influsso dei media nel creare opinioni, fare battaglie per ottenere risultati concreti, difendere progetti culturali e sociali. Penso che la migliore declinazione del tema della corretta comunicazione l’abbia offerta il Papa quando, parlando ai giornalisti, ha detto loro di non farsi dettare l’agenda dai potenti ma dai poveri, dagli umili, dagli ultimi. Se si rimane fedeli a questa indicazione, si può fare dell’informazione e della formazione a difesa di chi lotta per vivere in libertà, in dignità, in autenticità. Tutti dobbiamo sentire il dovere morale di non ingannare la gente con miraggi di benessere economico o promesse di felicità a buon mercato».
La ricerca della verità, nelle comunicazioni e nell'informazione, è un processo, con mille variabili e incognite. Quali sono i punti fermi per la Chiesa in un cammino che vede operatori e fruitori di notizie spesso dalle parti opposte della barricata?
«I punti fermi della Chiesa sono anzitutto la difesa della libertà. Togliere ad uno la libertà equivale a toglierli la dignità. Bisogna liberarsi dalla schiavitù dei ruoli, dell’ambiente sociale, della propaganda della moda, del pensiero unico. E’ sempre in agguato la tentazione di recitare la parte e di non vivere la vita. Un altro punto fermo è la difesa della verità. Il cristiano è cosciente di non possedere la verità, ma di essere posseduto dalla verità, ossia dal messaggio della persona di Gesù, viva verità e vita. In una società plurale come la nostra, la verità va difesa nel rispetto delle opinioni altrui e nella sincerità e fecondità del dialogo».
Le iniziative lungo le quali si è sviluppato il Festival hanno richiamato un folto pubblico. I dibattiti sono stati intensi e partecipati. Che giudizio dà del Festival?
«Il bilancio del Festival è molto positivo. Gli eventi celebrati hanno sviluppato momenti di riflessione su temi di comune interesse. In ultima analisi, non abbiamo distribuito ricette per eliminare i problemi quotidiani della comunicazione, ma indicato una via per gestirli con sapienza e intelligenza».
@gcentore. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Le falsità alimentano i conflitti, non solo quelli bellici, e i più esposti a quello che è un vero e proprio bombardamento di false notizie sono i meno attrezzati a capirle, a capire le parole e il loro significato. Non a caso Don Lorenzo Milani vedeva, come ha ricordato l’arcivescovo nella presentazione del Festival, nella conquista delle parole il riscatto degli umili. Ignazio Sanna ha fortemente voluto che il Festival, si svolgesse quest’anno in Sardegna. A conclusione della manifestazione ha rilasciato alla Nuova questa intervista.
Il Festival nazionale, ospitato quest'anno dalla sua Diocesi ha voluto porre al centro della sua riflessione il tema delle fake news, delle notizie false o falsificate. Perchè questa scelta?
«Il tema del festival della comunicazione è determinato dal messaggio del Papa per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali; il tema proposto per la giornata mondiale di quest’anno era per l’appunto: “la verità vi farà liberi. Fake news e giornalismo di pace”. Il festival nazionale è organizzato dalla Pia Società San Paolo ogni anno in una città diversa. Ho accettato ben volentieri di tenere il festival a Oristano, per dare un contributo di cultura e un supplemento di anima alla nostra città».
Nei dibattiti si è posto l'accento sulla ricerca di quello che il Santo Padre ha chiamato giornalismo di pace. Come può questo essere declinato in Sardegna, terra povera dove la violenza verbale, o le fake news trovano terreno fertile?
«Tutti conosciamo l’influsso dei media nel creare opinioni, fare battaglie per ottenere risultati concreti, difendere progetti culturali e sociali. Penso che la migliore declinazione del tema della corretta comunicazione l’abbia offerta il Papa quando, parlando ai giornalisti, ha detto loro di non farsi dettare l’agenda dai potenti ma dai poveri, dagli umili, dagli ultimi. Se si rimane fedeli a questa indicazione, si può fare dell’informazione e della formazione a difesa di chi lotta per vivere in libertà, in dignità, in autenticità. Tutti dobbiamo sentire il dovere morale di non ingannare la gente con miraggi di benessere economico o promesse di felicità a buon mercato».
La ricerca della verità, nelle comunicazioni e nell'informazione, è un processo, con mille variabili e incognite. Quali sono i punti fermi per la Chiesa in un cammino che vede operatori e fruitori di notizie spesso dalle parti opposte della barricata?
«I punti fermi della Chiesa sono anzitutto la difesa della libertà. Togliere ad uno la libertà equivale a toglierli la dignità. Bisogna liberarsi dalla schiavitù dei ruoli, dell’ambiente sociale, della propaganda della moda, del pensiero unico. E’ sempre in agguato la tentazione di recitare la parte e di non vivere la vita. Un altro punto fermo è la difesa della verità. Il cristiano è cosciente di non possedere la verità, ma di essere posseduto dalla verità, ossia dal messaggio della persona di Gesù, viva verità e vita. In una società plurale come la nostra, la verità va difesa nel rispetto delle opinioni altrui e nella sincerità e fecondità del dialogo».
Le iniziative lungo le quali si è sviluppato il Festival hanno richiamato un folto pubblico. I dibattiti sono stati intensi e partecipati. Che giudizio dà del Festival?
«Il bilancio del Festival è molto positivo. Gli eventi celebrati hanno sviluppato momenti di riflessione su temi di comune interesse. In ultima analisi, non abbiamo distribuito ricette per eliminare i problemi quotidiani della comunicazione, ma indicato una via per gestirli con sapienza e intelligenza».
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