Centri per migranti un modello cancellato

Il sistema realizzato in provincia era occasione di integrazione e di lavoro Mimia Fresu, suo coordinatore, ne ricorda i meriti e le ricadute sul territorio

ORISTANO. Un fatturato annuo di 5milioni e mezzo di euro e 62 buste paga per altrettanti lavoratori diretti. Basterebbero solo queste cifre a rappresentare l’esperienza del “sistema di accoglienza dei migranti”, del quale facevano parte 12 delle 15 strutture di accoglienza, con 450 ospiti dei circa 600 presenti nell’intera provincia. Nel 2017 persino la Confindustria annoverò il sistema come una delle più robuste realtà imprenditoriali dell’Oristanese: collocata al 27° posto per fatturato, era tra le prime dieci per numero di dipendenti. A distanza di pochi anni, di tutto questo è rimasto quasi nulla: quello dei Cas è un sistema praticamente azzerato nel 2018 per effetto del decreto sicurezza voluta dall’allora ministro degli Interni, Matteo Salvini e della drastica riduzione dei fondi per l’accoglienza, passati da 35 euro per emigrante a 20. Tagli che fecero desistere l’80 per cento degli imprenditori da partecipare ai bandi. «Con 20 euro al giorno non avrebbero mai potuto neppure coprire le spese sostenute per il vitto e l’alloggio degli ospiti» dice Mimmia Fresu, che in quegli anni era coordinatore dei servizi per l’accoglienza immigrati in provincia di Oristano, sistema coordinato dalla Comunità “Il Seme” di Santa Giusta. Attualmente, di strutture di accoglienza, nell’Oristanese, soltanto due continuano ad operare: una è a Sini, l’altra a Neoneli. «Il modello gestionale che avevamo creato rappresentò un’esperienza unica in Sardegna – racconta Fresu – tanto che si pensò di trasferirla anche in altre realtà». A fare la differenza non era soltanto il ridotto impatto sociale, legato al numero contenuto di ospiti, distribuiti in diverse località: il sistema “faceva impresa”. «Con la loro attività, questi centri, spesso osteggiati, stavano sviluppando una nuova realtà imprenditoriale che si è rivelata utile– dice Fresu – non soltanto a rimettere in attività, riconvertendole, molte strutture turistiche inattive o comunque divenute antieconomiche, recuperando capitali fermi che accumulavano passività. Questa attività di accoglienza si è tradotta in occupazione». Quella di Fresu è una interpretazione molto diversa da quella stereotipata dei centri per immigrati. La sua è infatti una lettura in chiave economica. «In quegli anni abbiamo consentito a 62 persone di questo territorio di avere una busta paga – spiega – dipendenti diretti, quindi senza considerare l’indotto. Lavoratori che altrimenti e come tanti altri giovani, sarebbero dovuti andare via da quest’isola. Inoltre, quel fatturato di 5 milioni e mezzo di euro, tradotto in investimenti e acquisto di beni di consumo, si riversava interamente sul territorio». Fresu spiega come non sia stato semplice arrivare a quel modello di gestione, si formarono professionalità, altre vennero valorizzate. «Ma è tutto finito. Mentre sull’opinione pubblica hanno fatto breccia gli slogan razzisti, sono stati cancellate quelle opportunità di lavoro per la gente del posto e quelle di integrazione per chi arriva da lontano», è la sua amara conclusione.

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