Sartiglia, spie e inchieste: le date ora non tornano

Il processo contro un carabiniere per divulgazione di segreto istruttorio. Accusa e difesa si scontrano per le deposizioni di un cavaliere e di Padre Paolo

ORISTANO. La Sartiglia del 2018 si porta dietro una lunga scia di veleni. Alcuni episodi, che sembrano tratti da film e romanzi da caccia alle spie, regalano persino un sorriso. In effetti gli ingredienti per costruire un clima da guerra fredda ci sono tutti: soffiate, confidenti, telefoni intercettati, atti secretati che passano di mano in mano, persino incontri in piena notte e in luoghi appartati come la darsena del porto industriale. E poi, appunto, i veleni. Con un cocktail del genere è quasi superfluo dire che le deposizioni al processo per la presunta divulgazione di segreto istruttorio, imputata al carabiniere Antonio Mancinelli, scatenano ancora una volta lo scontro tra il pubblico ministero Ezio Domenico Basso e gli avvocati difensori Lorenzo Soro e Valentino Casula, ma soprattutto riportano a galla le ruggini legate a quella giostra chiusa tra inchieste giudiziarie, attriti all’interno del mondo dei cavalieri e attriti tra i cavalieri e le autorità, su tutte l’ex questore Giovanni Aliquò.

Due sono le deposizioni che rubano la scena, anche perché sul banco degli imputati siedono coloro che il mondo della Sartiglia aveva additato come i confidenti della polizia. Il primo ad accomodarsi sulla sedia dei testimoni è il cavaliere Filippo Vidili, dopo di lui tocca a Marco Contini, per tutti Padre Paolo ovvero il sacerdote sartigliante che, da gran parte del gruppo, è stato a lungo considerato come il confidente della polizia. Il 2018 è infatti l’anno dei controlli antidoping a tappeto, quello in cui sarebbe avvenuta la sostituzione di persona per evitare che cavalieri che avevano fatto uso di droghe o sostanze dopanti risultassero positivi.

I cavalieri pensavano di sfuggire alle sanzioni ideando uno scambio di identità, ma da lì nacque il processo da cui ebbe poi origine quest’altro che vede imputato il carabiniere. Gli viene contestato di aver messo in allarme i cavalieri, dicendo loro che c’era un’inchiesta aperta sulla sostituzione di persona all’antidoping e che i telefoni erano intercettati. Insomma, avrebbe detto loro di tenere la bocca chiusa e l’accusa sostiene ciò proprio grazie alle testimonianze di Filippo Vidili e soprattutto di Padre Paolo Contini, raccolte in quelle settimane. Rispetto a quei verbali però le differenze in aula saltano fuori, tanto che il pubblico ministero ha avanzato diverse contestazioni, perché ritiene che le nuove deposizioni fatte in aula davanti ai giudici Carla Altieri, Marco Mascia e Serena Corrias, si discostino dalle ricostruzioni del 2018. Filippo Vidili ha affermato che non è vero che gli avessero fatto il nome di Antonio Mancinelli, come colui che aveva spiattellato ai quattro venti l’esistenza di un’inchiesta e di intercettazioni.

Sono elementi che sarebbero emersi solo quando Padre Paolo viene interrogato come testimone in procura, solo che adesso le date non tornano. Come punto di riferimento il sacerdote prende la Pasqua del 2018, ma erano successivi a quelli che interessano il processo. A lui chiesero conforto sia Filippo Vidili che un altro cavaliere, Paolo Rosas, e fu quest’ultimo a incontrarsi con l’ex questore Aliquò e lo stesso Padre Paolo di notte al porto industriale. Ci sono poi altri incontri tra Filippo Vidili e l’altro cavaliere Roberto Pau, in cui svolazzano atti giudiziari. E ci sono telefonate tra Vidili e Padre Paolo. C’è un problema, però, rispetto alle deposizioni di allora: le date adesso sono diverse. A eliminare la confusione ci penseranno sicuramente le discussioni delle controparti che arriveranno tra due udienze: la prossima del 3 dicembre è dedicata solo all’interrogatorio del carabiniere.

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