Auguri a Enrichetta “ammalata” di vita

Sedilo arriva al primo secolo la signora Cecchini, sardo-toscana, spirito libero che non ha paura di viaggiare da sola

SEDILO. Cos'è che ti fa salire su un aereo, senza alcuna compagnia, alla soglia dei 100 anni per fare la spola fra la tua terra natale e quella d'adozione? E dove si attingono l'entusiasmo e l'energia per scrivere un nuovo libro o la forza d'animo per resistere all'onda d'urto dei grandi dolori della vita? Enrichetta Cecchini, classe 1922, toscana naturalizzata sarda, risponde sempre che «l'è perché so' malata».

Ma se scavi un po' più a fondo scopri che quel pizzico di follia che alberga dentro di lei è, in realtà, una vivace curiosità e un amore viscerale per la cultura. Quella smania di conoscenza è responsabile della vitalità della signora Enrichetta, che oggi taglia il traguardo anagrafico del secolo.

Enrichetta Cecchini è nata a Vicchio, in provincia di Firenze, da Pietro e Anna Gramigni. Mentre frequentava il liceo classico e i genitori immaginavano per lei una carriera nel campo dell'insegnamento, la ragazza coltivava il sogno di diventare giornalista collaborando con alcune riviste locali. La vita ha poi preso un'altra strada e, dopo aver conseguito la maturità, la giovane ha iniziato a lavorare come traduttrice di testi. In età adulta Enrichetta ha continuato a studiare conseguendo sedici tra qualifiche professionali e titoli di studio, compresi quelli in agraria, tiflologia (la scienza che studia le condizioni dei non-vedenti) e dattilografia. Tutt'ora divora qualunque testo le capiti sotto il naso, dalla misteriosa grammatica etrusca alla filologia germanica. «Avevo 35 anni quando cominciai a insegnare e 70 quando andai in pensione. Cinque anni prima morì mio fratello Egidio e il lavoro e lo studio furono la mia medicina», racconta la donna, che ha perso prematuramente anche l'altro fratello, Ezio, e i tre figli avuti dal marito Battista Mongili di Sedilo, scomparso nel 2007. Di recente altri lutti hanno colpito la famiglia in Toscana. «Non so come ho fatto a sopportare tutto quel dolore, ho pianto tanto, ma quando nessuno mi vedeva. Eppure, sorprendentemente, ogni volta mi sono rialzata», dice la donna.

I suoi pensieri si perdono tra le foto di famiglia e le colline del Mugello dipinte dal fratello Ezio nei quadri appesi alle pareti. Davanti agli occhi di Enrica Cecchini scorrono le sequenze di un passato lontano ma vivo nei ricordi: gli anni della guerra, vissuta da sfollata, il matrimonio nel '61 e la lunga vita coniugale, l'alluvione di Firenze, l'amicizia con la famiglia Paulesu.

Ma la mente si fissa anche sul presente, stravolto dalla pandemia. «Quel che mi pesa di più è rinunciare alle relazioni sociali», commenta la donna. «Mia madre è stata tra la vita e la morte a causa della spagnola e mia zia, malata pure lei, ha sviluppato una sorta di fobia per il contatto fisico. Se a quel tempo la gente avesse potuto, si sarebbe vaccinata, altro che questi noiosi No Vax!».

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