La Nuova Sardegna

Oristano

L’inchiesta in aula

Oristano, al processo Ippocrate parlano i medici: «Abbiamo subito pressioni»

di Michela Cuccu

	Un momento del processo
Un momento del processo

Ha testimoniato anche dell’ex assessore regionale Luigi Arru

30 maggio 2024
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Oristano La primaria di anestesia Amelia Mulas che non vinse per due volte lo stesso concorso, nonostante il giudice del Lavoro le avesse dato ragione. Il dirigente di dipartimento, Domenico Cadeddu, che riferisce di aver subito pressioni per andare in pensione anticipata. Il ginecologo Bruno Lacu che dopo esser stato interrogato dalla Guardia di Finanza, viene emarginato dai colleghi. C’è anche l’ex commissario della Asl, Giovanni Panichi, che quando racconta al dottor Onorato Succu di esser «l’unico commissario a non esser stato riciclato», si sente proporre di «passare al Partito dei sardi, perché è il momento buono e se dovesse capitare la necessità di una consulenza, te la affidano». In aula, ieri Panichi ha detto: «Mi chiesero di passare al partito dei sardi e non lo feci mai». All’udienza di ieri del processo dall’inchiesta “Ippocrate” sulle presunte assunzioni e concorsi pilotati alla Asl 5, è emersa prepotentemente l’influenza che all’epoca avrebbe esercitato il Partito dei sardi nel governo della sanità oristanese. Il dottor Bruno Lacu, che tra il 2008 e il 2009 era stato direttore della struttura complessa di ostetricia e ginecologia del San Martino, ha usato parole forti nel descrivere il governo dell’Azienda sanitaria durante la gestione di Mariano Meloni. «Le decisioni non erano aziendali ma rispondevano ai clan». Ed ancora: «Capitava che il contenuto delle delibere, discusse il giorno precedente, durante la notte venisse modificato».

Lacu ha confermato come gli assunti attraverso le agenzie interinali provenissero soprattutto dalla zona di Macomer. Poi si è soffermato alle conseguenze, al limite del mobbing, che subì dopo che, durante le indagini, venne sentito dalla Guardia di Finanza. «Il dottor Succu che all’epoca dirigeva il reparto, mi isolò. Quando ebbi dei problemi, non ricevetti nessun genere di solidarietà dai colleghi». Negli anni dell’inchiesta, Domenico Cadeddu era primario di Anestesia e rianimazione, direttore del blocco operatorio e del Dipartimento emergenza-urgenza. «Fui costretto ad andare in pensione anticipata. Subivo continue pressioni da parte dell’allora direttore sanitario Nicola Orrù che veniva nel mio studio per dirmi che la Direzione mi chiedeva di andare in pensione». Cadeddu ha confermato quanto già riferito agli investigatori durante le indagini quando riferì della «coincidenza dell’inizio delle assunzioni anomale con l’arrivo di Antonio Succu». In Aula ha dichiarato infatti che «quando venne incaricato Succu al mio posto, la sala operatoria venne rinforzata e gli infermieri passarono da 18 a 36. Ne parlai con il manager Mariano Meloni e gli chiesi conto di come prima non fosse stato possibile trovare tre infermieri e ora il personale era stato raddoppiato. Meloni rimase apparentemente sorpreso come se non conoscesse la cosa, dicendo di averne autorizzati tre». Amelia Mulas era primario di Rianimazione all’ospedale del San Martino ed è andata in pensione nel 2018. Ai giudici ha riferito del concorso bandito nel 2010 per direttore del servizio, che non vinse perché la valutazione della commissione non riconobbe i suoi titoli. Bisogna fare un passo indietro per capire bene la vicenda. Prima del concorso, il direttore del servizio era Augusto Cherchi. Esponente del Partito dei sardi, si candidò alle Regionali e venne eletto. La dottoressa Mulas ha raccontato come in prossimità della campagna elettorale, il dottor Cherchi chiese aspettativa e nominò come sostituto per la compagna elettorale il dottor Giorgio Piras «che aveva meno anzianità di me». Quando Cherchi diventò consigliere regionale, andò in aspettativa. La dottoressa Mulas parlò con lui e disse che ora sarebbe spettata a lei la sostituzione. «Mi rispose che non dipendeva da lui». Dopo le elezioni si fece il concorso, che fu vinto da Piras.

Amelia Mulas si rivolse al Tribunale del Lavoro. Il giudice ordinò alla Asl di rifare il concorso. «In realtà fecero una selezione. Anche quella volta presero in considerazione non la mia intera carriera ma solo gli ultimi tre anni. E vinse ancora Piras». Quando il pm ha chiesto alla dottoressa se Piras avesse rapporti con il Partito dei sardi, la risposta è stata: «Forse sì. La verità è che comunque avevano fatto di tutto per favorirlo. Forse, il mio unico problema era di non appartenere a quel partito». Anche la dottoressa Mulas ha confermato in aula la predominanza delle assunzioni di infermieri interinali provenienti dalla zona di Macomer. «Era evidentissimo – ha detto – persino la parlata in reparto era cambiata».

Quasi sei ore di udienza durante le quali hanno deposto testimoni di spicco, come ad esempio l’ex assessore regionale alla Sanità Luigi Arru chiamato a spiegare i motivi che portarono alla nomina di commissario Asl Giovanna Porcu, imputata al processo insieme ad altri 12. Era il 2014 e Arru, all’epoca assessore tecnico della Giunta guidata da Francesco Pigliaru, ha spiegato che «Le Asl andavano commissariate. Giovanna Porcu mi fu indicata in quanto aveva i requisiti richiesti per la nomina. Era stata infatti dirigente e aveva lavorato col precedente direttore generale della Asl di Oristano, Mariano Meloni».

Rispondendo alle domande del pm Armando Mammone, Arru ha spiegato che il nome gli fu fatto dal capo di gabinetto dell'assessorato, Filippo Sale. Quando il caso delle presunte assunzioni interinali pilotate esplose a livello politico e il Consiglio regionale nominò una Commissione d’inchiesta e la Asl 5 rifiutò di fornire i dati sui lavoratori assunti, provocando la reazione dell’allora capogruppo sardista Angelo Carta, l’assessore Arru fece un ulteriore tentativo e chiese che la Asl 5 di trasmettere l’elenco degli assunti, ottenendo a sua volta un rifiuto.

«Telefonai alla Commissaria Maria Giovanna Porcu che oppose problemi legati alla privacy», ha detto il’assessore.

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