Pozzo di Santa Cristina, dal passato emergono altri tesori: inaugurato il museo dell’acqua e del fuoco – VIDEO
I segreti di Paulilatino svelati dopo 46 anni
Paulilatino Il taglio del nastro il sindaco Domenico Gallus l’ha affidato a tziu Peppinu Mellai, che oggi ha 85 anni. È stato tra i primi volontari a entrare a colpi di picchetto nel pozzo di Santa Cristina, per far spazio agli archeologi e liberarlo dalla vegetazione e dall’acqua. «Ho aiutato in tutti i momenti degli scavi. Abbiamo tolto tutta la vegetazione, fittissima. Quando sono arrivato, il pozzo era stracolmo. Sono felice, questa mostra è il sogno di una vita». I reperti più attesi della nuova sezione del Palazzo Atzori dedicata alla civiltà nuragica e alla sua eredità materiale, dopotutto, erano proprio quelli provenienti da pozzo sacro.
«È un luogo che fa parte dell’immaginario collettivo, tutti ne vogliamo sapere di più. Abbiamo messo in mostra quello che ci hanno detto i materiali archeologici. Spaziano dall’età del ferro all’epoca romana, dal medioevo all’epoca moderna. Cos’è stato nei secoli Santa Cristina? Certamente un luogo dove attingere acqua». La semplicità delle parole trovate dalla professoressa, direttrice museale e referente scientifica Anna Depalmas per descrivere cosa aspettarsi dalla mostra aperta ieri al pubblico nel cuore di Paulilatino è inversamente proporzionale alla complessità del mondo racchiuso in questa esposizione.
Quarantasei anni per vedere finalmente dischiusi i tesori raccolti durante gli scavi culminati con i ritrovamenti dell’archeologo Enrico Atzeni, che dagli anni Cinquanta e poi ripresi alla fine degli anni Sessanta, hanno interessato soprattutto l’area del pozzo sacro e del villaggio di Santa Cristina, nonché il sito di Lugherras. All’inaugurazione della mostra “Il culto dell’acqua e del fuoco” erano presenti le autorità dell’Oristanese, dal deputato Francesco Mura al presidente della Provincia Paolo Pireddu, l’Unione dei Comuni del Guilcer, oltre alla Soprintendenza, l’associazione Sardegna verso l’Unesco e il presidente della cooperativa Archeotour Massimo Muscas. Tra il pubblico presente, moltissimi dell’originario gruppo di volontari Gap. Perfetto padrone di casa il sindaco Domenico Gallus: «Tra le mete museali sarde ora c’è anche Paulilatino. Questo è un progetto corale, premiato dalla costanza e dal coinvolgimento stabile di tutto il paese».
Il museo è raccolto, la visita è pensata per essere svolta in autonomia grazie ai video e ai pannelli grafici di impatto immediato. Dietro alle teche, testimonianze di pregio come una fiasca del pellegrino risalente al IX o VIII secolo avanti Cristo, e considerata un unicum in tutta l’area del Mediterraneo, oltre a ritrovamenti più comuni come elementi in bronzo e ambre, nonché le famose lucerne del nuraghe Lugherras, scoperte dall’archeologo Antonio Taramelli, assieme a centinaia di bruciaprofumi e una testa di Bes, amuleto apotropaico.
«La porzione di museo inaugurata è funzionale allo sviluppo di un cammino che idealmente, lungo la via dei mulini, collega il paese e casa Atzori al pozzo. Ecco la via dell’acqua – spiega la curatrice e architetta Monica Sorti –. Realizzare un museo è una sfida che parte dal mettersi in gioco. È un progetto di comunicazione che deve mantenere i piedi ben saldi sui dati scientifici, ma poi trasferirli al pubblico di non addetti ai lavori. In questo, abbiamo pensato soprattutto ai bambini, cittadini di domani, che spesso sono dimenticati dai musei. Per loro, abbiamo creato un percorso di visita parallelo a quello degli adulti». Quattro sale espositive, una dedicata nello specifico al paese di Paulilatino, una al Guilcier, una alla terra caratterizzata dal culto dell’acqua e quindi al pozzo sacro e al suo villaggio.
