Invalida e senza casa. La storia di Luisa: da una stanza in affitto all’altra, in attesa di un alloggio pubblico
L’emergenza abitativa di Oristano è nei numeri: 320 domande in graduatoria per pochi appartamenti
Oristano Ci sono numeri che non tornano e vite che restano sospese nel vuoto di quei numeri. A Oristano, l’emergenza abitativa non è solo una statistica da 320 domande in graduatoria, ma ha il volto stanco, le mani indurite dal lavoro e la dignità ferita di Luisa (nome di fantasia), 63 anni. Luisa non è una pratica da sbrigare, è una donna che ha passato la vita a prendersi cura degli altri e ora si trova a implorare che qualcuno si prenda cura di lei. Invalida, sola, e undicesima in quella lista d’attesa che sembra non scorrere mai, rappresenta il paradosso più doloroso di una città dove le case ci sono, ma le chiavi restano ferme nei cassetti.
La sua spirale è iniziata con un lutto. Per anni ha lavorato come operatrice socio sanitaria, assistendo malati e anziani nelle loro case, con quella dedizione che solo chi ha la vocazione per la cura possiede. Poi, la priorità è diventata sua madre. Ha lasciato il lavoro dai privati per dedicarsi interamente alla donna che l’aveva messa al mondo, assistendola fino all’ultimo sospiro, tra le mura di quella casa che sentiva sua. Ma quella casa non era loro. E così, subito dopo il funerale, mentre il dolore per la perdita era ancora fresco, si è ritrovata sulla soglia, con le valigie in mano e il mondo che le crollava addosso. Senza un tetto, senza un posto dove piangere sua madre in pace.
Con una pensione di invalidità che non permette di affrontare i prezzi proibitivi del mercato privato – «gli affitti erano improponibili», sussurra – ha iniziato un pellegrinaggio estenuante. Ha dato fondo ai risparmi di una vita, consumandoli tra stanze in affitto e B&B, spostandosi ogni poche settimane, senza mai poter disfare davvero le valigie e arrangiandosi per mangiare: «Un solo pasto al giorno è stato tutto quello che mi sono potuta permettere», racconta. Poi i risparmi sono finiti. E Luisa ha bussato alle porte dei servizi sociali: «Il Comune mi ha dato risposte parziali: un mese qui, due settimane là – prosegue con un’amarezza che le spezza la voce -. Mi è capitato di essere messa fuori da un albergo perché i servizi sociali non avevano comunicato la proroga, né al proprietario né a me. Sono andata in Comune con il cuore in gola, con il terrore, puro e semplice, di finire a dormire su una panchina».
Solo la determinazione, la forza di chi ha sempre lottato, le ha permesso di far valere i propri diritti e trovare, ogni volta, una soluzione ma sempre temporanea. Attualmente è inserita in un progetto del Plus finanziato dal Pnrr per via della sua invalidità e alloggia in un affittacamere. Ma la stabilità è un miraggio. Proprio ieri, l’ennesima scena madre: valigie pronte sulla porta, l’incertezza totale, quindi una proroga di sette giorni arrivata all’ultimo minuto: «E poi? Non so dove andrò. Sono malata, sono stanca di combattere. Ma sono una persona, ho una dignità, non sono un pacco da spostare a piacimento».
Mentre vive con la scadenza settimanale, con l’ansia che le divora lo stomaco, era esploso il caso politico. Da una parte il Comune, che tramite il sindaco Massimiliano Sanna e l’assessora alle Politiche Sociali, Giulia Murgia, sostiene di avere a disposizione appena quattro appartamenti liberi da assegnare, una goccia nel mare delle 320 richieste. Dall’altra l’Agenzia regionale per l’edilizia abitativa, Area, che smentisce questa versione, sollevando un polverone e affermando che sono undici gli appartamenti pronti, ristrutturati e agibili.
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