«A volte dietro un rapimento non ci sono soltanto i soldi»

In certi casi i banditi vogliono distruggere un'attività concorrente o magari impadronirsene in maniera indiretta

SASSARI. «Ci sono sequestri fatti solo per estorcere denaro: e così è stato il mio. Ma ce ne sono altri di tipo diverso: l'Anonima può avere anche - e sottolineo anche: perché quelli i soldi li vogliono sempre - obiettivi più sfumati, meno percepibili nell'immediatezza dei fatti. Per esempio, distruggere un'attività concorrente. O, magari, impadronirsene in maniera indiretta. Dei Pinna non so dire. So però che, in questi ultimi casi, vittime e banditi vivono, operano nello stesso ambiente, come accade nel mondo agro-pastorale della Sardegna». Del suo rapimento Pupo Troffa parla con pacatezza. Di tanto in tanto, dando prova di un fairplay davvero invidiabile, si lascia andare persino a un sorriso.
Sono passati quasi trent'anni dal blitz di un commando nel centro di Sassari che il 3 novembre 1978 lo portò in Barbagia sotto la minaccia delle armi. Lontano dai suoi cari, per 243 giorni, appena otto meno di quelli patiti da Pinna. Anche lui legato e bendato. Anche lui tenuto con una catena al collo. Una ferocia che si ripete, com'è possibile comprendere dalle sofferenze inflitte a tanti ostaggi del passato e come conferma lo spietato trattamento riservato sino a una settimana fa allo stesso Titti.
Poi, nel caso Troffa, sono arrivati i processi a un gruppo di sospettati. Qualche condanna. Le udienze d'appello. Le conclusioni in Cassazione. In ogni caso, nessuna possibilità di recuperare, neanche in parte, l'ingente somma del riscatto: un miliardo di lire dell'epoca, corrispondente grosso modo a quattro milioni di euro. Ma oggi l'imprenditore sassarese riesce a ricordare la tremenda odissea nelle mani dei fuorilegge persino con apparente distacco e qualche battuta scherzosa. Sembra addirittura non si riferisca più a se stesso, che racconti piuttosto una storia capitata a un'altra persona.
Allora, alla fine degli Anni Settanta, Troffa era un uomo d'affari più che benestante. Vicepresidente e co-azionista della società marittima Traghetti del Mediterraneo, adesso non più in attività. Proprietario di oltre 500 ettari di terre alla Crucca, nella parte meridionale della Nurra. Depositario e distributore della birra Peroni per quasi tutta la Sardegna. Dopo il rilascio, ha dovuto vendere parecchi possedimenti e proprietà. Tutto per pagare i debiti contratti dalla famiglia (le trattative furono condotte dal fratello Daniele, medico, scomparso qualche tempo fa) con gli amici che l'avevano aiutata a mettere insieme la somma necessaria per il riscatto.
Un riscatto pagato in due tranche. Novecento milioni per la sua liberazione. Altri cento per quella di Giovanni Piredda, un suo uomo di fiducia. Quest'ultimo aveva preso il posto di Troffa nelle fasi terminali della vicenda: uno scambio di ostaggio allora consueto, quasi un'assicurazione reciproca di garanzie incrociate tra emissari, parenti e banditi.
Oggi Troffa è un nonno felice. Vive con la moglie sempre nella sua casa di tanti anni fa al centro della città. La mattina continua a coltivare la passione dell'intera esistenza: un amore sconfinato per la campagna che lo porta quasi ogni giorno nei suoi possedimenti di Prato Comunale. La sera incontra gli amici per l'immancabile partita di bridge. Sulla soglia dei 79 anni, ancora vigoroso, ha un'ottima memoria. Ma non ama entrare nei dettagli della terribile esperienza vissuta tanto tempo fa.

- Perché nel suo caso i banditi pensavano soltanto ai soldi e non anche ad altro, come si sospetta invece per il sequestro Pinna?
«Il mondo nel quale sono vissuto è sempre stato Sassari, la città, il contesto urbano. I miei rapitori, anche quelli che frequentavano il capoluogo, erano nella sostanza dei fatti tutti barbaricini: persone che non avevano con me comunanze d'interessi neppure lontane o indirette».

- Durante la sua lunga prigionia ha mai avuto colloqui, scambi di opinioni con i carcerieri?
«Li evitavo sempre. Loro, a volte, cercavano di stabilire un rapporto. Scherzavano persino: “Ci racconti qualche barzelletta”, mi diceva uno ogni tanto. Ma io rispondevo che non avevo certo di che ridere assieme a loro, che preferivo tacere. Insomma, li mandavo a quel paese, facevo loro comprendere che non volevo proprio parlare con loro».

- Lei, quando è tornato a casa dopo otto mesi di segregazione, pesava diciannove chili di meno. Pensa di aver patito le stesse sofferenze di Titti Pinna?
«Mah, non so. Ritornando indietro con i ricordi, mi pare che i rapitori non mi abbiano fatto male. Penso che Pinna abbia sofferto più di me. Anzi, quando ho sentito in tv le notizie che lo riguardavano, l'ho detto pure a casa: “In fondo a me è andata meglio, quasi bene”».

- I suoi familiari come hanno commentato?
«Mio figlio si è adirato: “Sì, come no!”, ha reagito, “Ti hanno trattato proprio con i guanti: bendato, con lo strutto liquido nelle orecchie per impedirti di sentire, la catena al collo”. Eh, già, in effetti, è proprio così: pensandoci bene, ha senz'altro ragione lui».

- Eppure lei qualcosa è riuscito ad ascoltare. Anzi, più di qualcosa: le campane di una chiesa, non è vero?
«In una delle diverse prigioni nelle quali sono stato tenuto, una tappa che si è protratta per tre giorni, udivo rintocchi regolari delle campane scandire le ore. A scoprire dove si trovava la chiesa comunque non sono stati gli inquirenti, ma io stesso: il covo si trovava nelle campagne di Oniferi, le campane erano quelle del paese, nessun dubbio a proposito».

- Ha avuto la percezione distinta dei diversi ruoli tra i componenti della banda?
«I custodi, all'epoca, si trovavano tra le file dei latitanti. Loro dovevano stare comunque alla macchia e dunque si trovavano nella condizione ideale per gestire un ostaggio. Oggi le cose sono cambiate perché per fortuna non ci sono quasi più ricercati».

- E gli altri membri dell'organizzazione?
«Naturalmente c'erano come oggi la figura del basista, quella di una mente che programmava tutto e poi quelle degli esecutori materiali che s'incaricavano di prelevare l'ostaggio e consegnarlo successivamente ai carcerieri».

- Com'è nato il suo rapimento?
«Qualcuno ha riferito alle persone giuste sotto il profilo criminale, nel Nuorese, le mie possibilità finanziarie. Poi hanno deciso di colpire la famiglia. Per loro sequestrare me o mio fratello Daniele era la stessa cosa. Quella notte hanno preso me perché sono tornato per primo nel garage di via Pasquale Paoli dove tutti e due posteggiavamo di solito le nostre Mercedes 190. Fosse successo il contrario, i banditi avrebbero rapito lui».

- Nel corso dei mesi passati con loro e durante l'estenuante negoziato per il rilascio le è sembrato che i banditi fossero informati con precisione sulle sue sostanze?
«Eccome. A un certo punto hanno fatto esplicito riferimento alla mia partecipazione azionaria nella compagnia Traghetti del Mediterraneo: non era un particolare certamente molto conosciuto al di fuori di certi ambienti».

- In altri casi i banditi hanno invece mostrato di voler colpire l'intero nucleo familiare: a volte per convincere possidenti sotto tiro a cedere le loro attività, altre volte mostrando di unire l'ingordigia per il denaro a sentimenti di vendetta. Era così anche in quegli anni?
«Per quel che ho potuto constatare di persona, senz'altro. L'esempio più lampante è quello della famiglia Locci. Il padre del bambino sequestrato in quel periodo era il concessionario della Fiat a Macomer. Una delle menti del rapimento faceva il concessionario della stessa casa automobilistica a Nuoro. Un caso piuttosto chiaro».

- Ricorda altri fatti simili?

«Di preciso e direttamente no. Ma anche quando prelevarono il ristoratore Sacchi a Nuoro e il figlio di Vinci a Macomer si parlò di qualcosa di analogo. Quelle due famiglie, dopo il colpo ricevuto, non si sono più riprese del tutto».

- E oggi: quale opinione si è fatta del caso di Titti Pinna?

«Non conosco la situazione. Ho ascoltato qualche informazione in tv, letto un po' di giornali, troppo poco per esprimere un parere. Ma c'è un'altra cosa che vorrei dire a questo proposito per quello che mi riguarda».

- Quale?
«Io non ripenso quasi mai al sequestro. È stata una parentesi nella mia vita. E così non ho neppure un'attenzione particolare verso il banditismo o i rapimenti in genere. Questo è anche uno dei motivi per i quali, in tutti questi anni, ho evitato di tornare sull'argomento, al di là dei dibattimenti nelle aule dei palazzi di giustizia».
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