Dalle pellicce low cost alla minaccia ecologica: l'invasione delle nutrie

Una ventina d’anni fa sguazzavano tranquille sulle acque del Tevere e incuriosivano qualche turista. Ora sono diventate una consuetudine anche in gran parte della Sardegna, escluse le province di Olbia Tempio e Sassari. L’allarme nutrie è scattato. Ora alla Regione cercano di mettere a punto le contromisure. Il Dipartimento ambiente dell’assessorato retto da Giorgio Oppi sta concludendo un piano di contenimento per eliminarle

CAGLIARI. Segnalazioni arrivano da tempo e sono diventate sempre più frequenti nelle aree umide, in testa a tutte il parco del Molentargius e lo stagno di Santa Gilla. Dalle campagne la preoccupazione è costante: divorano tutto o quasi. Agricoltori, allevatori e ambientalisti attendono operazioni rapide per bloccare l’invasione e l’aggressione alle colture. La nutria è un mammifero vegetariano, predilige alghe e varietà erbivore delle zone in prossimità di laghi e fiumi ma non disdegna affatto gli spuntini tra cardi, carciofi, melanzane e tutti gli orticoli.

Dalla Regione arrivano rassicurazioni: «Nei prossimi giorni il piano per avviare la lotta alle nutrie sarà all’esame dell’assessore che lo firmerà e renderà esecutivo attraverso decreto», fa sapere la responsabile del Dipartimento ambiente Paola Zinzula. Un primo approccio era stato tentato l’estate scorsa, con una deliberazione che assegnava alle Province un piccolo finanziamento per accelerare i monitoraggi e avviare un progetto di eradicazione della Myocastor coypus, la nutria, appunto. Obiettivo quantomai urgente, osservava l’assessore Giorgio Oppi: «Il controllo numerico della nutria pone il problema della gestione della specie sia per i danni procurati alla biodiversità nelle aree di rilevante interesse conservazionistico e sia per gli impatti economici sul territorio».

Un censimento preciso non è possibile. Di certo si deve fare i conti con una popolazione di migliaia di esemplari. Appena ieri, qualche animale è stato avvistato vicino al rio che lambisce la frazione oristanese di Nuraxinieddu. Pochi giorni fa un gruppo di ambientalisti ne ha fotografati alcuni sulle sponde del Molentargius, dove le famigliole del castorino si aggirano alla ricerca di cibo. Non si contano i casi nell’area dello stagno di Santa Gilla. Nell’agosto del 2009 un esemplare di femmina gravida è stato catturato ferito nella pineta di Torregrande. Un agricoltore di Ortacesus non si stupisce ormai più: «L’area degli impianti sportivi è molto frequentata da questi animali, ma è così da anni. Il fatto è che oltre ai danni per i campi temiamo per i bambini».

Qualcuno sdrammatizza e mette su youtube il filmato della cattura con allegato commento tra stupore e ilarità: “pittica sa merdona”. La somiglianza con il topo è tanta. Le dimensioni sono però ben altre: una coda nuda lunghissima e un corpo che nell’adulto è mediamente di dieci chili. Qualche anno fa, quando le notizie degli avvistamenti cominciavano a circolare con frequenza, sul web si è sviluppato anche un dibattito tra curiosità e preoccupazione. A questo punto non si tratta di casi isolati ma di un fenomeno di grandi dimensioni. I comitati faunistici provinciali sono costantemente allertati.

Aspettano di conoscere quali misure potranno adottare una volta che la Regione avrà deliberato e trasferito la responsabilità di gestione dei progetti di contenimento alle Province. Intanto c’è chi pensa a modi spicci: lasciare mano libera ai cacciatori. Le doppiette sono pronte, hanno fatto sapere alcuni consiglieri provinciali del centrodestra a Cagliari. «La nutria è una minaccia all’ecosistema», riassume l’interrogazione. Modesto Fenu, sardista di Monastir, è il primo firmatario della proposta che pensa di azzerare con i pallettoni i costi della campagna di abbattimento, che sarebbero molto salati.

Dall’Ogliastra al Medio Campidano, dall’Oristanese al Cagliaritano, le colonie proliferano. Tutta colpa di quella smania imprenditoriale inventata sul nulla una cinquantina di anni fa anche in Sardegna. Si pensava di produrre pellicce dal castorino sudamericano, nome più nobile per questo roditore acquatico migrato senza volontà (si fa risalire l’introduzione in Italia al 1928) dalla sua terra d’origine all’Europa ma anche in Asia e Africa. Più in là, tra gli anni Sessanta e Settanta, la nutria approdò in Sardegna, dove tra Escalaplano e Ortacesus si cercò di mettere su qualche allevamento che avrebbe dovuto fare felici chissà quante signore desiderose di indossare un bel collo caldo magari senza prosciugare i portafogli.

Ma l’idea imprenditoriale naufragò ben presto, mentre restarono a galla le nutrie, che gli aspiranti manager rapidamente decaduti liberarono nel favorevole clima sardo. La riproduzione è stata rapidissima, con un processo di naturalizzazione assecondato dal sistema vegetativo. Fino a mettere a repentaglio oggi le coltivazioni agricole, la flora e la fauna tipiche e protette delle zone di pregio ambientale come il Molentargius, Santa Gilla, il Sinis.

Gli sguardi sono rivolti alla Regione, che non sceglierà la strada delle doppiette ma le misure previste dalle norme internazionali per la cattura e la soppressione che non diano sofferenza agli animali, anche se la legge regionale numero 23 sulle “Norme per la protezione della fauna selvatica e l’esercizio della caccia” assegna alla nutria lo stesso rango dei topi.
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