A Foghesu un lager senza il filo spinato accoglieva gli zingari

Anche la Sardegna era diventata "terra di detenzione" nella notte nera dell'Europa del Novecento. Come per gli ebrei, in attesa della "soluzione finale", in diverse regioni italiane erano stati individuati "campi di concentramento" dove rinchiudere e isolare non solo gli antifascisti ma anche gli zingari, gli omosessuali, gli invalidi.  Proprio per un gruppo di "zingari" - delle etnie sinti, rom e kalè - gerarchi e kapò avevano scelto - con l'Abruzzo e il Friuli - Perdasdefogu, Eboli a metà strada fra Cagliari e Nuoro, irraggiungibile per mancanza di strade, villaggio povero, vita da primitivi, capre e fagioli, niente acqua corrente e niente elettricità, nessun mezzo di trasporto che non fosse il carro a buoi, nelle case si dormiva sulle stuoie. Un paese dove «anche una ghianda può sembrarti buona come una ciliegia» e «se vuoi riempirti lo stomaco vai alla fonte a bere».  Un sacerdote, il canonico Priamo Maria Spano, nel suo liber cronichus del 1936, aveva scritto: «L'acqua salva spesso dalla fame il mio popolo».  A Perdasdefogu detto Foghèsu - erano state "deportate" almeno tre famiglie non meglio identificate di zingari, qui chiamati «pilingrìnus», più vagabondi senza lavoro che pellegrini penitenti. Due donne slave avevano trovato rifugio in due diverse case: una nella parte più bassa del paese, rione Funtanedda e l'altra al centro, «vicino alla casa di zia Severina». C'era anche un uomo, si chiamava Ivan, nessuno ricorda il cognome, «vecchio, baffi alla Francesco Giuseppe, un grande cappello a falde ampie», viveva nella casupola disabitata di «un contadino giunto dal Sarrabus». Lo chiamavano "pelandrone" ma nessuno sapeva che - per ordini del fascismo - non avrebbe potuto lavorare ma vivere solo di elemosina. Antifascista tutto d'un pezzo come un «avvocato che veniva da Genova», doveva recarsi in caserma due volte al giorno per firmare un registro. Non avvicinava gli abitanti «per non metterli nei guai».  I ricordi più documentati sono quelli sulle figure femminili. Una si chiamava Stella, donna intelligente, primeggiava in un paese di analfabeti, sapeva leggere e scrivere, arguta e corteggiatissima, pare fosse originaria dell'Ungheria, vissuta tra Firenze e Viterbo. Aveva portato con sé La Divina Commedia, la Gerusalemme Liberata e I promessi sposi. Recitava le poesie di Giuseppe Giusti e Ada Negri, declamava passi dell'Adelchi. Una maestra degli anni'40, Orsola Canu originaria di Bono, la invitava in classe per far sentire versi ai bambini. Un'altra zingara, Rosina Raidic, all'età di 31 anni, proprio a Perdasdefogu era diventata madre di una bambina, Grazietta detta Lalla, nata il 7 gennaio 1943, registrata all'anagrafe dall'ufficiale di stato civile Giuseppe Murgia davanti a due testimoni (Erminio Boi "inserviente" ed Edoardo Fazzini impiegato) nel municipio a due passi dalla chiesa parrocchiale. A far la denuncia si era presentata l'ostetrica che l'aveva assistita nel parto, Ida Naldini Borrelli (salernitana di nascita, arrivata nel 1939 dall'università di Bologna). Negli atti comunali e in quelli della parrocchia si legge di una «cittadina italiana di razza ariana» che aveva avuto un «rapporto naturale con un uomo né parente né affine nei gradi che ostano al riconoscimento». I gerarchi locali non avevano gradito quella nascita e pare che nessuno volesse battezzare la bimba. Giuseppe Martiri,79 anni, ricorda: «La madrina divenne mia zia, si presentò volontaria, si chiamava Luigina Laconi Bibirrìu. Il parroco, don Federico Mura, ne fu felice. Usò la veste bianca anche per la zingarella. Mia zia, nella sua casa di Sa Muragessa, fece una piccola festa. Curava Lalla come una figlia, quando poteva dava qualche soldo a Rosina, o qualche pezzo di pane. La povertà era estrema. Per tutti».  Ennio Lai, geometra in pensione a Nuoro, 78 anni: «Rosina aveva anche altri due figli, Marcello e Vittorio. Giocavano sempre con noi, con tutti i bambini del paese anche se non ci capivamo perché loro parlavano slavo. Avevano presto imparato alcune parole dialettali, dicevano pappài e buffài, l'asino lo chiamavano burrìccu e ridevano. Venivano con noi in campagna, facevamo gli stessi giochi, fustighèddus e Gerolamo esce di tana, brìa e bandiera, in chiesa per il vespro e di mattina salivano nel campanile per suonare le campane. Erano nostri fratelli».  Un impiegato comunale in pensione, Bonino Lai, 91 anni, ricorda: «La miseria era divisa ugualmente in tutte le famiglie, ma in ogni casa c'era posto per tutti, soprattutto per chi arrivava da fuori. Erano le ordinanze del periodo fascista che limitavano i rapporti fra italiani e zingari».  Del tutto falso e antistorico è che quello di Perdasdefogu potesse essere un lager di filo spinato, «un campo di concentramento» come hanno scritto diversi storici riferendosi alle altre località dove i rom erano stati inviati. Non solo perché Foghesu è da sempre paese ospitale, che dedica da tre secoli a questa parte una giornata di festa proprio all'accoglienza dei forestieri («Sa dì'e sa strangìa») ma perché chi ha oltre ottant'anni ricorda che «tutti vivevamo la stessa vita, galere dentro il paese non ce n'erano proprio», ricorda Armando Marci, 92 anni. «In quel periodo ero servo pastore, quando rientravo col latte molto spesso ne davo anche a Stella e Rosina, e loro mi abbracciavano. Quando si faceva il pane in casa una pagnotta c'era anche per loro». Ancora Armando Marci, buon lettore di libri di storia: «Sicuramente qui nessuno era morto di stenti, come invece era successo in altri campi rom sparsi in Italia e in Europa. Prima del'45 erano tutti - Rosina, Stella, Ivan, il genovese - ripartiti in Continente». La nonnina del paese, Consola Melis, 103 anni, lucidissima e con una memoria di ferro: «Qualcuno giudicava male le due donne ma non c'era alcun motivo per criticarle perché dovevano pur vivere, stavamo tutti male, la mia famiglia era considerata ricca perché avevamo due mucche e dieci pecore. Rosina aveva tre figli, quando poteva dare una mano d'aiuto si accontentava di quanto la gente le offriva. Lo stesso faceva Stella, davanti a lei tutte noi ci sentivamo brutte».  Se Perdasdefogu è stata un'eccezione, in Italia c'è stato un olocausto «con più di 500 mila vittime sinti, rom e kalè». Intere famiglie decimate tra il 1940 e il 1945 come documentano il Centro studi zingari e alcuni storici e giornalisti. Al Nord-Italia le persecuzioni e le crudeltà contro i rom erano avvenute a Bolzano, Chiesanuova nel Padovano, Visco, Gornars e Palmanova (in provincia di Udine), ad Arbe (oggi isola croata di Rab). Altri campi di concentramento o più semplici "confini" ad Agnone in Molise nel convento di San Berardino, a Tossicia e Vinchiaturo in Abruzzo. In Sardegna toccò Perdasdefogu, proprio per essere più che isolato.  Nel mirino dei fascisti erano finiti tutti gli stranieri in territorio italiano. Fu forse l'occupazione della Jugoslavia e la conseguente fuga degli zingari da quel Paese a motivare le autorità italiane a internarli. Le prime disposizioni vengono emanate l'11 settembre 1940 dal ministero degli Interni, con la firma del capo della polizia Bocchini. Si ordinava: «gli zingari di nazionalità italiana certa aut presunta ancora in circolazione vengano rastrellati nel più breve tempo possibile et concentrati sotto rigorosa vigilanza in località meglio adatte a ciascuna provincia». Il 27 aprile 1941, il ministero dell'Interno emana un'altra analoga circolare. Una delle prime destinazioni è Perdasdefogu. Testimonianze sparse ricordano altri luoghi di detenzione: Viterbo, Montopoli Sabina, Collefiorito, le isole Tremiti. Presenza di zingari anche a Ferramonti di Tarsia, uno dei più grandi campi di concentramento italiani, esistito dal luglio 1940 al settembre 1943. Dopo l'8 settembre molti campi vengono smantellati, anche per l'arrivo degli alleati. A Perdasdefogu da smantellare non c'è nulla, gli americani si installano nella cantoniera di Monte Codi. In quegli stessi mesi ripartono l'avvocato genovese, Ivan, Stella e Rosina con i suoi due figli e con Lalla, zingarella di Foghesu.
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