Ichnos, la grande festa della musica sarda

Un ballu tundu ha aperto il concertone di Ichnos che ha riunito la Sardegna della musica

SEDILO. La prima emozione forte a Ichnos arriva quando il sole del primo pomeriggio è ancora alto. L’anfiteatro di Santu Antine è un catino riarso dalla calura, rinfrescato a tratti da piccole sferzate di vento che, incuneandosi tra gli alberi, arrivano dritte dal lago Omodeo, una striscia d’acqua all’orizzonte, il cui colore, per via dell’afa, si confonde con quello della terra e il verde scuro della vegetazione. Nuvole d’aria sospesa come la polvere che sale da sotto il palco e fino al cielo, sollevata dai cento e cento piedi di un ballo improvvisato. Un ballu tundu che parte in sordina e cresce, cresce fino a diventare un lungo serpentone fatto di uomini e donne, di ragazzi e ragazze. Di gente di ogni età che sembra obbedire a un richiamo antico. I piedi si muovono veloci, il cerchio s’allarga per diventare più grande fino a catturare tutti gli spettatori dentro di se. Sul palco non ci sono rockstar, ma un giovanissimo e talentoso suonatore di launeddas, Andrea Pisu, la voce profonda di Alessandro Melis che scandisce il tempo con i suoi «diriddidin» e la trunfa di Paolo Masala, Per la prima volta eseguono in pubblico la musica di un ballo logudorese inciso nel 1930 da Gavino Delunas ed Efisio Melis. Una meraviglia di musica quasi inedita che esce dalle nebbie del tempo con una forza che confina con la magia. Quel ballo tondo è un moto identitario improvviso. Naturale e spontaneo racconta meglio di mille parole quanto l’amore per la propria musica e cultura continuino a restare vivo. Uno dei miracoli di Ichnos, di questa manifestazione nata diciotto anni fa e sul punto di mutare pelle, che continua a stupire per la vitalità. Ma soprattutto specchio fedele di costumi e comportamenti di una regione che qui a Santu Antine si è ritrovata anche questa domenica di caldo torrido ad ascoltare i protagonisti della sua musica. E abbracciarli. Con affetto immenso come è capitato per Paolo Fresu che, di passaggio per Sorso, dove ieri era di scena assieme al pianista americano Uri Caine, in uno dei suoi live per «!50», il giro della Sardegna in cinquanta concerti, ha «voluto fare il suo cinquantunesimo concerto» proprio qui a Ichnos. Si tratta di un ritorno ha ricordato il trombettista di Berchidda. «A Ichnos - ha detto Fresu - venni tanti anni fa con il progetto di Sardegna Oltre il mare del pianista Paolo Carrus. Con noi allora c’era anche il mio grande amico, il batterista Roberto Billy Sechi che ora magari ci guarda da lassù». E «il cinquantunesimo concerto di Fresu» è stato in realtà un condensato di emozioni, un flusso di energia diretto tra l’artista e il pubblico consumatosi nel breve volgere di pochissimi, ma intensi minuti. Fresu, maglietta di Amnesty International colore rosso (sulla quale spicca la frase «Libertà è percepire il mondo e il suo pensiero») solleva il flicorno in alto dopo una ultima nota seguita in silenzio irreale e con il fiato sospeso. Un suono di felicità e festa che si perde nella vallata come fosse un’ultima rima di poesia. E questo è in fondo anche il senso ultimo e autentico di questa straordinaria manifestazione che ieri ha schierato con la direzione artistica di Giacomo Serreli, una delle parti migliori della musica regionale. Musica in grande salute, con alcune eccellenze preziose e talenti in crescita. Una bellissima serata: dal senatore Piero Marras (un po’ il padre di quel grande movimento di etno rock che ha avuto numerosi epigoni) ai Tazenda, da Cordas et Cannas, dai Bertas al bel progetto sardo africano di Alberto Balia, i White Sunset, Joe Perrino, i Guney Africa, Mario Brai, tenores di Bitti, Zenias, i potenti Getsemani, gli energici Balentia. E poi, Francesco Piu, il coro femminile Eufonia di Gavoi, Istentales, Nur, Bente Soi, Armeria dei Briganti, Askra e Groove Nation.
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