La Nuova Sardegna

Indagati un impresario edile, due suoi familiari e l’ingegnere che ha partecipato alle compravendite

Società fittizie per eludere il fisco

Enrico Carta
L’edificio finito sotto sequestro e a destra l’Agenzia delle entrate (fgp.)
L’edificio finito sotto sequestro e a destra l’Agenzia delle entrate (fgp.)

L'Agenzia delle Entrate aveva smascherato un'evasione da 815mila euro

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 ORISTANO. Società fittizie e compravendite create ad arte per per sfuggire alla morsa del fisco. In quattro finiscono sul registro degli indagati, mentre una palazzina all'angolo tra via Mariano e via Ricovero è stata sottoposta a sequestro preventivo quale eventuale contropartita nel caso in cui l'evasione contestata pari a 815mila euro risultasse tale al termine del procedimento.  L'operazione coordinata dal sostituto procuratore Paolo De Falco e affidata agli ispettori dell'Agenzia delle Entrate coadiuvati dagli uomini della Guardia di finanza, ha permesso di scoprire un presunto raggiro che veniva fatto per eludere le tasse. Sotto inchiesta sono finiti l'impresario edile Antonino Urru (63 anni di Oristano difeso dall'avvocato Cristina Puddu), la figlia Monica (36 anni), il marito Sandro Lavadina (45 anni originario della provincia di Treviso) e l'ingegnere Adriano Sorrentino (60 anni). I primi tre, stando alle accuse ancora da verificare nelle successive fasi dell'inchiesta, erano le persone che stavano dietro ad alcune società, mentre l'ingegnere avrebbe fatto da acquirente lasciando però che, di fatto, i proprietari dei beni rimanessero i tre familiari.  Il reato che la procura contesta è quello di essersi sottratti al pagamento del fisco tramite l'alienazione di beni - tra questi vi sono oltre che immobili anche i conti correnti e i titoli finiti sotto sequestro preventivo - per evitare la riscossione coatta.  Il meccanismo smascherato non era in fondo così complicato. Tutto è iniziato con gli accertamenti dell'Agenzia delle Entrate che avrebbe scoperto la maxi evasione fiscale di 815mila euro. A quel punto l'ente avrebbe chiesto il pagamento delle tasse evase e, per evitare di dover pagare, i titolari della società avrebbero ideato una sorta di meccanismo fatto di scatole cinesi.  Le società principali si sarebbero disfatte di tutti i beni in loro possesso che altrimenti sarebbero stati prelevati coattivamente. È qui che entrano in gioco le altre società che nominalmente non facevano capo ad Antonino Urru e agli altri suoi familiari indagati, ma che di fatto sarebbero a loro riconducibili. Fuori dallo stretto linguaggio burocratico dovevano dei soldi e per non pagare si sarebbero disfatti di ogni proprietà in loro possesso.  Con questi passaggi di beni tra società erano certi di evitare che l'Agenzia delle entrate li perseguisse andando a riscuotere ciò che riteneva dovuto.  Smascherato il meccanismo, su ordine della procura, nei giorni scorsi sono stati effettuati i sequestri. Tra i beni interessati al provvedimento ci sono titoli di credito, conti correnti bancari e l'immobile all'angolo tra via Mariano e via Ricovero.  Adesso ovviamente si attendono le mosse difensive degli indagati, dopo le quali si capiranno ancora meglio i confini entro i quali si muove l'inchiesta.

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