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L’allarme

Le mani delle mafie su Alghero, il procuratore Patronaggio: «Organizzazioni criminali si sono infiltrate nel tessuto della città»

di Francesco Zizi
Le mani delle mafie su Alghero, il procuratore Patronaggio: «Organizzazioni criminali si sono infiltrate nel tessuto della città»

Il pg sugli investimenti nella Riviera del Corallo: «Tanti capitali illeciti, ma poche denunce da parte dei cittadini»

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Sassari Non sempre c’è bisogno di sparare. Quando le mafie si infiltrano in una città a volte bastano valigette piene di contanti e un tessuto socio-economico debole e disposto a vendere. Nel giro di ventiquattro ore, due interventi di due magistrati, hanno riportato alta l’attenzione sul fenomeno delle infiltrazioni camorristiche ad Alghero. Ieri l’intervista sulla Nuova della ex procuratrice generale di Sassari Maria Gabriella Pintus, che ha sottolineato come «la produzione in loco della cannabis e la presenza dei detenuti al 41bis» abbiano favorito l’arrivo di organizzazioni criminali non autoctone, oggi le parole del procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio.

Il pg lo dice con una prudenza chirurgica: «L’unica cosa che mi sento di dichiarare è che alla presenza di capitali e attività illecite, percepiti dalla gran parte della popolazione di Alghero, non corrisponde un rilevante numero di denunce e quindi di procedimenti penali», dice.

Da una parte, dunque, la percezione collettiva che effettivamente, nella Rivera del Corallo, qualcosa stia succedendo, dall’altra un basso numero di denunce da parte dei cittadini. E tra le due cose si apre una zona grigia, anche per la Direzione distrettuale antimafia, nella quale diventa difficile capire dove finisce il sospetto e dove inizia il reato. E infatti Patronaggio aggiunge: «È probabile che le acquisizioni avvengano senza violenze o minacce esplicite, e si basino su una grande disponibilità di denaro da parte di organizzazioni illegali o colluse, che così penetrano nel territorio vincendo le deboli resistenze della imprenditoria locale».

È probabilmente il passaggio più importante delle parole del magistrato, non tanto per la parola «acquisizioni», di ristoranti, stabilimenti, gelaterie o bar (molti dei quali rimangono chiusi dopo l’acquisto da parte di prestanome), quanto per quella «grande disponibilità di denaro» che diventa lo strumento attraverso cui il territorio può essere penetrato.

Qui si capisce perché il fenomeno non sia facilmente riconoscibile: le organizzazioni criminali smettono di assomigliare a Gomorra e cominciano ad assomigliare molto più all’alta finanza, che spande e spende. È a questo punto che le parole della ex procuratrice Pintus si incastrano all’interno del “domino Alghero”: «La lettura di alcune intercettazioni mi aveva aperto gli occhi sul fatto che le organizzazioni mafiose spesso mettono a disposizione dei parenti dei detenuti alloggi sul territorio nazionale per facilitare i contatti con le famiglie» ha detto.

D’altro canto la stessa inchiesta del 2021, Platinum Dia, aveva accertato come una ’ndrina di San Luca si era insediata nella Riviera del Corallo per seguire un parente recluso nel carcere di Alghero. Esponenti della famiglia Boviciani avevano comprato un bar in via Mazzini, per permettere al loro sodale carcerato di uscire dall’istituto penitenziario per lavorare. La stessa inchiesta aveva accertato come Alghero sarebbe diventata l’epicentro di un immenso traffico internazionale di cocaina. Nel marzo 2025 un’operazione della polizia portò al sequestro di sei chili di cocaina e quattro chili di hashish. A dicembre, l’operazione “Caballero”, sul traffico di droga dalla Spagna alla Sardegna indicò Alghero come uno dei principali snodi dell’organizzazione, con trenta persone indagate. Poi c’è la questione dell’edilizia, e soprattutto delle concessioni balneari rimesse a gara a poco tempo dall’inizio della stagione.

L’attenzione delle procure verso Alghero, ha ribadito più volte il pg anche in passato, è altissima.

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