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Sassari

Amarcord

In vendita la “casa del piacere”: era il bordello di lusso di Sassari – La storia

di Luigi Soriga

	La palazzina in via Esperson in vendita
La palazzina in via Esperson in vendita

La palazzina in via Esperson era il regno di signora Tina: i papà portavano i figli per l’iniziazione. Al Sacro Cuore Giovanna la Giavesa misurava il tempo con il 78 giri

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Sassari C’è una casa in vendita in via Esperson, nel centro storico di Sassari che ha tre piani, 120 metri quadrati, 3 camere da letto, 2 cucine, 2 bagni, terrazzo e cantina. L’annuncio immobiliare la definisce una «deliziosa palazzina». Tutto vero. Ma bisognerebbe aggiungere una voce alla planimetria: la memoria. Perché lì, fino al 1954, c’era la Maria Diana, la casa di tolleranza più elegante di Sassari.

I tre bordelli

Era quella di prima categoria. Perché nella Sassari del dopoguerra anche il peccato rispettava le classi sociali. E Sassari offriva un menù per tutte le tasche. Via Esperson era un 5 stelle, mentre la Bonfigli di Scala Mala, era un seconda categoria, per il ceto medio impiegatizio. La maitresse, la signora Franca, teneva molto alla privacy dei clienti e copriva l'uscita dei notabili urlando con voce stentorea «si chiude!». Ma nel quartiere era benvoluta, perché era una da dama di carità: sfamava, vestiva le famiglie povere e pagava le cure mediche a chi non poteva permettersele. E infine c’era il bordello Aurora di via dei Corsi, terza categoria, per militari, studenti squattrinati, ragazzi arrivati dai paesi e giovanotti con molti ormoni e poche lire. Insomma, una specie di ferrovia del sesso. Prima, seconda e terza classe: ma il viaggio era breve.

La quindicina

 A comandare in via Esperson era la signora Tina. Le cronache e il libro “Amori da due soldi” di Gianfranco Trudda, la consegnano alla storia come non più giovanissima e abbondantemente truccata. Ma soprattutto dotata di un istinto per il marketing che oggi le sarebbe valso un master. Ogni 15 giorni nelle case avveniva il cambio delle donne, la famosa “quindicina”. Le ragazze ruotavano da una città all’altra e da una casa all’altra: facce nuove per clienti vecchi. Tina aveva capito che una novità, per funzionare, bisogna comunicarla. Così andava alla stazione, caricava le nuove arrivate su una carrozza. E partiva. Le portava in giro per Sassari, ma non per mostrare loro la città. Erano loro a dover essere mostrate alla città. La carrozza scivolava lenta davanti ai locali frequentati dalla borghesia: la Gabbia, il Café Roma, Rau. Era pura, sfacciata pubblicità itinerante, perfetta in un’epoca senza Instagram e influencer. Loro stavano lì, affacciate, coi vestiti colorati, i volti spudorati, a salutare tutti. Bastavano una carrozza, qualche vestito attillato, molto rossetto e il passaparola. Le donne sassaresi le vedevano sfilare. Sbuffavano. Sapevano, esattamente, che di lì a poche ore, mariti e figli avrebbero improvvisamente ricordato impegni urgenti. E il tam-tam si allungava sino a piazza d’Italia. Le fidanzate capivano benissimo quel brusio. Sapevano che quei «disgraziati», avrebbero abbandonato per qualche ora le panchine per andare a vedere le nuove arrivate.

Il battesimo sessuale

Per i ragazzi che scendevano dai paesi, con le scarpe impolverate e la povertà cucita addosso, attraversare quei portoni non era solo sesso. Era uno choc sensoriale. Varcavano la soglia e venivano travolti: i colori sgargianti, i velluti, il fumo denso, il profumo dolciastro. Un universo alieno atterrato nel bel mezzo del grigiore del dopoguerra. E anche un’altra consuetudine oggi sembra provenire da un pianeta lontanissimo. Il regalo per i diciotto anni. Non lo smartphone. Non il viaggio a Londra. Non la macchina. Il casino. Padri e fratelli maggiori accompagnavano il neo maggiorenne dentro una casa di tolleranza per il battesimo sessuale. Una pedagogia familiare molto essenziale: il babbo consegnava il figlio alle professioniste perché arrivasse preparato al successivo fidanzamento con una ragazza perbene. La formula magica per l’iniziazione, pronunciata dalla “signorina”, era un affabile «vieni, caro». E si chiudeva la porta. Finché finalmente si rispalancava il sipario e scattava il capolavoro teatrale. La “maestra” appariva trionfante e sollevava il braccio del ragazzetto al cielo, manco fosse un pugile che aveva appena steso il campione del mondo. «Il ragazzo promette bene». Il neopatentato veniva scortato al bar dove pagava da bere a tutti. Bicchieri in alto, e «a zent’anni!».

Giovanna la Giavesa

Dai paesi, invece, arrivavano soprattutto la domenica. Molti di loro approdavano in vicolo Ghera, tariffe nazional popolari. Assieme ai pendolari del sesso ci bazzicavano anche gli studenti delle superiori, che per permettersi la marchetta s’inventavano conversioni patrimoniali creative. Svaligiavano le cantine di casa, prelevavano sedie, lampadari, vecchi libri e andavano a venderli a Marrangiu o a Mario il Francese, inconsapevoli benefattori della gioventù sassarese. Ad accoglierla c’era Giovanna detta la Giavesa. Lei non amava i formalismi, il tempo misurato dai freddi orologi e nemmeno i tariffari nazionali: prestazione semplice £1,50. Doppia 2,50, 1/4 d’ora £3,10. 1/2 ora £5, 1 ora £7,20. Queste regole le lasciava ai bordelli come via Esperson. Giovanna La Giavesa era più sbrigativa e a suo modo romantica. Lei usava un grammofono. Metteva un 78 giri della Voce del Padrone. La puntina scendeva, gracchiava un poco, e partiva Ciribiribin. O forse Fiorin Fiorello. Il cliente aveva il tempo esatto di una canzone per vivere il suo momento. All’epoca non c’erano playlist. Sfregava l'ultimo solco, la musica finiva. Svanito l'incanto, stop all’amore. Avanti un altro. Che è una cosa meravigliosa e crudele, a pensarci. Misurare il piacere con i giri di un disco. Ogni tanto però la giostra lasciava in dote qualche regalino sgradito, come la gonorrea e la sifilide. E allora tutti in processione in via Cetti, nell’ambulatorio del dottor De Villa, passato alla storia locale come “il medico dei giovani”, il confessore laico dei bruciori segreti.

Ipocrisia e peccato

A Sassari, nel dopoguerra, c’era un mondo di sopra, fatto di salotti buoni, di cappelli sollevati, i sorrisi trattenuti di Piazza d’Italia. L’amore senza sesso, dicevano. E poi c’era il mondo di sotto, nei vicoli stretti, dove scivolava il sesso senza amore. Sopra l’ipocrisia, sotto il peccato. Quei due mondi, le ragazze “perbene” e le signorine del vizio, vivevano su rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Tranne che sotto le bombe. È un’istantanea in bianco e nero della Seconda Guerra Mondiale. Durante gli allarmi aerei tutti scappavano nel rifugio di piazza Mazzotti. Lì, nella penombra, le differenze di classe svaporavano. Le prostitute si riconoscevano al primo sguardo: rossetto acceso, sigaretta accesa, scia di profumo. Tre dettagli che una brava ragazza della buona società non avrebbe mai ostentato. Un’umanità così distante, costretta a guardarsi negli occhi e respirare la stessa paura.

La legge Merlin

Poi arrivò Lina Merlin a scoperchiare lo squallore. La prostituzione regolamentata era un gigantesco monumento all’ipocrisia nazionale: lo Stato autorizzava le case, stabiliva regole, controlli e tariffe, e alle donne imponeva una vita sorvegliata. La senatrice socialista combatteva da anni contro quel sistema, sostenendo che dietro il decoro delle persiane chiuse ci fosse soprattutto la segregazione delle donne. Con Carla Voltolina, futura moglie del presidente Sandro Pertini, nel 1955 aveva pubblicato Lettere dalle case chiuse: erano le donne stesse a raccontare cosa significasse vivere là dentro. Dall’altra parte c’era mezza Italia maschile che temeva la catastrofe. Indro Montanelli, uno per tutti, dedicò alla battaglia perduta persino un libretto, “Addio, Wanda!”. La legge Merlin venne approvata il 20 febbraio 1958. Sei mesi dopo arrivò il giorno del giudizio. 20 settembre 1958. Gli universitari sassaresi, con goliardico e geniale tempismo, noleggiarono le stesse carrozze che per anni avevano trasportato “la quindicina”. Travestiti da pontefice e vescovi, organizzarono un funerale in piena regola davanti ai portoni sbarrati, deponendo fiori sui davanzali per celebrare le esequie di un’era.

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