Bruno Bellomonte non è un terrorista: assolto dopo 29 mesi in cella

A sinistra Bruno Bellomonte viene accompagnato in tribunale, in alto la moglie Caterina Tani (la prima a sinistra) durante una conferenza organizzata per chiederne la liberazione, a destra la manifestazione di protesta che si è svolta domenica a Cagliari

I giudici della prima sezione della Corte d’assise di Roma hanno assolto con formula ampia, «perché il fatto non sussiste», il ferroviere sassarese accusato di far parte delle nuove br. Dopo 29 mesi Bellomonte ha lasciato il carcere

ROMA. L'aula della Corte d'assise è gelida, semideserta l'immensa cittadella giudiziaria della capitale. Ma quando alle 19 in punto il presidente Anna Argento arriva alle ultime righe del dispositivo, basta un'attimo perchè il freddo della tensione si trasformi in gioia irrefrenabile: Bruno Bellomonte assolto perchè il fatto non sussiste. L'ex ferroviere sassarese non è un terrorista, non ha progettato il bombardamento del G8 a La Maddalena con un aeromodello telecomandato, non ha aderito ad alcuna organizzazione eversiva, perchè i giudici romani dicono che agli atti del processo non c'è abbastanza per parlare di un partito armato in procinto di ricostituirsi. Ed è una sentenza tombale per la Procura, che in quasi 12 ore di requisitoria complessiva aveva disegnato uno scenario Anni Settanta, con il Paese minacciato da un gruppo di rivoluzionari armati pronti a seminare la morte.

Quando cominciano le repliche e i pubblici ministeri riprendono la parola, c'è solo Bernardino Vincenzi al fianco di Bellomonte nella gabbia degli imputati, gli altri quattro hanno preferito disertare l'udienza finale di un dibattimento durato un anno, frutto di quasi tre anni d'indagini, 40 faldoni di materiale, intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti, appostamenti notturni, scambi di informazioni tra le Digos di mezza Italia.

Mentre il presidente distingue le posizioni degli imputati dividendoli in due gruppi di tre e già si capisce che per lui le porte del carcere di Viterbo stanno per spalancarsi, Bruno Bellomonte resta impassibile, in piedi, lo sguardo rivolto altrove: forse pensa a Luigi Fallico, il presunto capo delle nuove Bierre morto d'infarto in carcere a maggio. Forse a chi esce dal processo con una condanna, comunque inferiore a quelle richieste dai pm Luca Tescaroli ed Erminio Amelio, gli sconfitti del confronto giudiziario.

Un sorriso appare sul volto dell'ex capostazione - licenziato dall'ente ferrovie, ora potrà chiedere di tornare al lavoro - solo quando il suo sguardo incrocia quello della moglie Caterina Tani, donna d'acciaio temprato che ha seguito quasi tutte le udienze e l'ultima se l'è sofferta su una sedia a rotelle per un incidente. Ma a quel punto, i giudici sono già rientrati negli uffici e i carabinieri sedano a fatica l'esplosione di gioia fra i militanti di A Manca pro s'indipendentzia, che abbracciano Caterina e s'abbracciano fra loro.

Gianfranco Sollai, il difensore di Bellomonte insieme a Simonetta Crisci, trattiene a stento le lacrime: «Che cosa volete che dica? Ce lo riportiamo in Sardegna» mormora con la voce più baritonale del solito. Potrebbe celebrare il trionfo, sceglie il profilo dell'oggettività: «E' crollato l'impianto accusatorio basato sul 270 bis - spiega il legale, strattonato dai militanti comunisti che vogliono congratularsi - i giudici hanno stabilito quello che per noi era scontato, non c'è alcuna associazione eversiva, non c'è banda armata. L'altro giorno, nell'arringa, ho citato il caso di Luca Farris, quel ragazzo che ha messo a segno 40 attentati da solo, in Sardegna. Tutti indagavano sugli anarco-insurrezionalisti sardi e invece era lui solo a darsi da fare. Ecco, qui c'è stato l'attentato alla Folgore, a Livorno. Ma la sentenza dice che l'hanno compiuto in tre, senza alcun collegamento con gli altri. E' un caso molto simile. Bellomonte? - sorride Sollai - posso solo dire che non va in giro per l'Italia a telecomandare aeroplanini modello».

La moglie del ferroviere si lascia andare a un comprensibile pianto liberatorio. E' un incubo che finisce, un'altra storia che comincia: «Non ho mai dubitato di Bruno - dice al cronista Caterina Tani - non ho pensato neppure per un attimo che potesse aver aderito alle Bierre. Si sono inventati una vicenda, gliel'hanno fatta pagare dopo l'arresto del 2006, quando abbiamo dimostrato che quell'intercettazione che sembrava accusarlo era falsa. Mio marito s'è fatto due anni e mezzo di carcere per le fantasie di due pubblici ministeri. Se credo ancora nella giustizia? Oggi un po' di più». Felici i militanti di A Manca, arrivati dalla Sardegna per sostenere il compagno Bellomonte: «Ora la verità è ristabilita - afferma con energia una ragazza - A Manca è un partito politico legale e Bruno non fa parte delle Brigate Rosse».

Una sentenza che finirà per pesare anche sul procedimento appena chiuso, dopo otto anni di indagini, dalla Direzione antiterrorismo di Cagliari: il pm Paolo De Angelis accusa 18 persone, fra cui molte appartengono ad A Manca, di associazione eversiva - e non di banda armata, com'era emerso nelle prime ore dalla notifica della chiusa inchiesta - e fra questi c'è ancora Bellomonte. E' stato proprio il ferroviere sassarese a ricevere per primo la notifica nel carcere di Viterbo, agli altri indagati è arrivata dopo alcuni giorni: «E' un'altra partita da giocare - allarga le braccia l'avvocato Sollai - ma questa sentenza ci conforta. Bruno torna a casa, pensiamo a goderci questo momento bello. Per difenderci da quest'altra storia ci sarà tempo».

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