«Volonté, un modello irraggiungibile»

Festival della Maddalena: parla Fabrizio Gifuni che domani riceverà il premio intitolato al grande attore

di Fabio Canessa

Aveva partecipato a una delle prime edizioni, ora ritorna non solo come uno dei protagonisti del film “Romanzo di una strage” che verrà proiettato stasera alla Fortezza i Colmi (l’appuntamento della mattina, alle 10.30 a Cala Gavetta, è invece con Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini), ma per ricevere - domani - il premio intitolato a Gian Maria Volonté, il grande attore al quale è dedicata “La valigia dell’attore”. «Il premio più bello» dice Fabrizio Gifuni, felice di tornare alla Maddalena.

Cosa significa per lei Gian Maria Volonté?

«Quando ho iniziato a fare questo lavoro, circa vent’anni fa, Volonté non rappresentava solo uno dei più grandi attori del mondo, ma anche un esempio concreto e luminoso di tutto quello che questo lavoro avrebbe potuto essere. Per me è stato l'attore che ha lasciato un segno più grande, non soltanto dal punto di vista artistico, per i personaggi che è riuscito a creare attraverso una lunga sequenza di film, ma anche per un modo di guardare questo lavoro singolare rispetto al panorama italiano».

La sua interpretazione preferita?

«C'è l'imbarazzo della scelta. Certo quella in "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” resta un'esperienza primaria. Lo vidi la prima volta quando avevo 14 anni in televisione. In qualche modo ha fortemente influenzato le mie scelte successive, era la prima volta che vedevo un attore italiano fare delle cose del genere. Ma poi sono legato a interpretazioni all'interno di film meno noti come il magnifico "La morte di Mario Ricci" di Goretta. Oppure al suo Rogozin nell'Idiota di Dostoevskij quando aveva 27 anni. Tantissime interpretazioni memorabili che sembrano come tessere di un mosaico che vanno a ricomporre un modello ideale di pratica attoriale».

Alla Maddalena presenta “Romanzo di una strage”. Com’è stato tornare a lavorare con Marco Tullio Giordana?

«Bellissimo perché l'esperienza di nove anni prima con “La meglio gioventù” era stata unica. Un grande racconto che è diventato poi negli anni in qualche modo un film epico, conosciuto in tutto il mondo. Quindi è stato molto emozionante tornare a lavorare con Marco Tullio Giordana in un film che per alcuni aspetti si legava a quello. La strage di piazza Fontana è il grande capitolo mancante della “Meglio gioventù”. Marco Tullio non ci aveva voluto inserire nessun riferimento perché sapeva che era un capitolo troppo denso da meritare un film a parte. Il fatto di esserci, e con un ruolo così impegnativo come quello di Moro, è stato come proseguire quel lavoro».

Ancora una volta si è trovato a interpretare un personaggio realmente esistito. Come si prepara a questi ruoli?

«Quello che cerco di fare è prendermi più tempo possibile, perché è come arrampicarsi su una montagna molto alta e bisogna dunque preparare bene il bagaglio, leggero ma pieno degli strumenti utili all'impresa. È un'escursione in cui sono fondamentali anche le persone che condividono con te quell'avventura. Il personaggio ha bisogno di una parte di preparazione molto personale, ma poi tutto non potrebbe esistere se non condiviso con le altre persone. A partire dal regista ovviamente, ma anche tutti gli attori che sono in scena con te e i grandi artigiani che accompagnano la realizzazione di un film: costumi, trucco, le luci».

In Sardegna ha recentemente girato “Kaspar Hauser” di Davide Manuli. Quando uscirà?

«Dovrebbe uscire in autunno. Verrà presentato al festival di Milano dopo l'anteprima mondiale che c'è stata qualche mese fa al festival di Rotterdam. Davide è un regista che amo moltissimo, un grande talento ancora poco conosciuto».

Come si è trovato a lavorare nell’isola?

«Sempre molto bene. Sia con il cinema, nei i due film di Manuli “Beket” e “Kaspar Hauser” e in quello di Franco Bernini scritto da Marcello Fois, “L'ultima frontiera”; sia con le esperienze teatrali fatte al teatro romano di Nora o a Cagliari. È una terra che mi piace molto e ci torno sempre con grande gioia».

E cosa si porta in valigia, cosa c’è nella valigia dell’attore per citare il nome del festival?

«La valigia dell’attore è una piccola, grande metafora del nostro lavoro. Prima parlavo di una montagna alta in cui fondamentale era il bagaglio. Questo bagaglio che cambia ogni volta, è quella valigia. La scelta degli strumenti che tu devi mettere in questa valigia cambia a seconda della storia che devi raccontare, dell'autore con il quale devi lavorare, del personaggio che devi affrontare».

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