L’offensiva di Soro: «Alzare la guardia, più cautele sul web»

Il Garante della privacy tra i primi a sollecitare contromisure «Oggi la responsabilità americana emerge con chiarezza»

SASSARI. Antonello Soro, lei da Garante della privacy ha sollevato tra i primi il caso Datagate: nelle ultime ore c'è stata un'accelerazione sulle contromisure dopo la sua lettera al presidente del Consiglio?

«Non so se ci sia stata in Italia, ma su scala europea non mi pare proprio. Anzi, dal consiglio Ue non non mi pare proprio siano arrivate buone notizie».

Perché?

«È difficile non dirsi delusi per le conclusioni adottate in materia di protezione dei dati a Bruxelles nel vertice di giovedì e venerdì: di fronte alla gravità dei recenti scandali, la risposta non pare all’altezza delle aspettative e delle richieste di trasparenza».

Come giudica, comunque, l’evoluzione dei fatti?

«Oggi emerge con estrema chiarezza, più di qualche giorno fa, la responsabilità americana. Gli Usa hanno riconosciuto un'esasperazione post 11 settembre, eccezione prolungata e intollerabile per le regole di una democrazia».

Si riferisce ai 35 leader mondiali controllati, Letta e Merkel compresi?

«Anche. Ma per quel che riguarda i premier alleati di Washington mi sembra siamo veramente in una patologia del sistema».

Eppure, al di là del velo sollevato da Snoweden, era difficile pensare che questo genere di raccolta dati non esistesse.

«Intendiamoci: lo spionaggio è antichissimo, direi che è sempre esistito. Non c'è nulla d’inedito su questo punto. Stavolta, però, sulla base di un innesco emergenziale, le innovazioni tecnologiche consentono miliardi di calcoli al secondo. Allora il problema da affrontare è un altro, evidentemente».

Quale?

«Garantire la libertà di espressione e la privacy dinanzi a metodi di sorveglianza di massa come il Prism sulle comunicazioni online messo a punto dalla National Security Agency. Tutto è nato dall'esigenza americana d'individuare le piste di potenziali terroristi all'estero in grado di colpire interessi degli Usa. Ma ora c'è il pericolo di cancellare qualsiasi tutela nei confronti di cittadini non statunitensi».

Per quale ragione?

«Microsoft, Google, Skype, YouTube, Facebook e gli altri grandi social network - perlopiù tutti colossi Usa - hanno aperto la strada raccogliendo i segni distintivi sul piano commerciale dei navigatori della Rete e incrociando tutti gli elementi accumulati sugli utenti-consumatori con un livello di “profilazione” enorme. Da loro la Nsa ha poi ottenuto un accesso molto largo a quegli stessi dati attraverso un'autorizzazione normativa piuttosto generica».

Com'è stato possibile?

«Il primo punto è che oggi il digitale consente una raccolta dati impensabile in passato. Il secondo è che gli Usa hanno potuto mettere a punto un programma simile grazie a disposizioni parzialmente lecite nel loro Paese, ma del tutto illecite secondo le leggi europee. In sostanza, le norme Usa riservano ai cittadini americani alcune tutele, ma nei confronti di tutti gli altri queste tutele sono decisamente scarse».

Quindi?

«Quindi, come ho ricordato al premier Letta, mi pare indispensabile che l'Europa adotti in questo campo un progetto di riforma. Si tratta di assicurare ai cittadini la più ampia salvaguardia. Soprattutto rispetto alle insidie che in questa fase sembrano provenire da un Paese alleato e d'indiscussa tradizione democratica, ma che un domani potrebbero giungere da Stati che offrono sotto quest'aspetto minori garanzie».

Che cosa intende dire?

«Faccio un esempio. L'Iran, dopo aver lanciato un sistema di posta elettronica nazionale, invita già i propri cittadini a usarlo dicendo: "Guardate che cos'è successo col Datagate, se non volete venire spiati servitevi solo del nostro sistema". In definitiva, questo scandalo lacera la coesione tra Paesi alleati e demolisce il prestigio di democrazia agli occhi di comunità che non godono degli stessi diritti assicurati in Occidente».

Quali le difese possibili, in concreto?

«Occorrono efficaci strumenti di protezione dei dati personali e dei metodi impiegati per fini di polizia, giustizia, sicurezza. Anche nella consapevolezza dell'obiettivo Ue di rinforzare gli strumenti di cooperazione e scambio di tutti gli elementi utili in contesti del genere».

Che cosa potrebbe fare un singolo per tentare una salvaguardia della propria privacy?

«Il web ha rivoluzionato i nostri comportamenti. Tanti hanno visto nella Rete solo libertà. Ma la prudenza invece è sempre più necessaria. Vicende come il Datagate confermano che in assoluto non è un bene riversare su internet ogni aspetto della propria vita, magari lasciando in un social network giudizi dei quali si è convinti in un certo momento e in una situazione data, e che invece in un futuro non troppo lontano potrebbero venire usati impropriamente da altri».

Che fare, allora?

«Innalzare i livelli di guardia: dobbiamo evitare che quel che mettiamo in Rete sfugga al nostro controllo».

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