News dal mondo, nasce la rete dei reportage

Parla Cecilia Anesi di Irpi, i primi in Italia. Una redazione virtuale e scoop molto reali

Due giovani giornalisti free lance Cecilia Anesi e Giulio Rubino sono a Kiev per la conferenza mondiale del giornalismo d'inchiesta (Gijn). Portano un’inchiesta sul traffico dei rifiuti. É il 2011 e i due pensano di essere gli unici italiani della convention, ne incontrano invece, altri cinque e l'unico a provenire da una testata storica è Leo Sisti dell'Espresso. Si guardano negli occhi, e guardano come va il giornalismo nel mondo, la strada è indicata dai tanti colleghi che hanno messo su siti e testate per fornire servizi e inchieste. Così nasce Irpi, Investigative reporting projet Italy, una redazione virtuale che collega dodici giornalisti e che ha messo a segno – nella sua giovane vita – già qualche ottimo centro.

Cecilia Anesi è la presidente dell'Irpi.

Ma come funziona un struttura del genere?

«A Rio De Janeiro abbiamo partecipato a ottobre alla conferenza sul giornalismo d’inchiesta organizzata dalla Global Investigative Journalism Network (Gijn). Irpi era l’unico partner italiano del network ospite alla conferenza. Significa che possiamo fornire supporto e servizi giornalistici internazionali dall’Italia, ma anche fornire aiuto a chi dall'Italia è interessato ad avere notizie dal resto del mondo, visto che la rete di Gijn ha una diffusione planetaria».

Il rapporto con le testate italiane?

«Un po' complicato, quando proponiamo qualcosa i tempi si dilatano. C'è il classico “le faremo sapere”, ma per ora si è concretizzato ben poco. Diverso col resto dell'Europa, il rapporto è più fluido, dal momento che l'idea viene considerata interessante si parte per la verifica delle fonti e la traduzione dei documenti, perché al quel punto i nostri referenti non sono più solamente i redattori ma principalmente gli uffici legali delle testate, che si accertano delle problematiche legate alla legislazione locale».

Bisogna anticipare molto lavoro e denaro?

«Si, molto lavoro e anche abbastanza denaro, ma solamente perché non abbiamo ancora instaurato un rapporto di fiducia con le testate. Si potrebbe iniziare la produzione insieme e le cose sarebbero più facili. Infatti fare inchiesta è spesso meno complicato di quanto sembri. Anche i costi non sono altissimi, certo noi non possiamo sfruttare le facilitazione che hanno la grandi testate, come l’abbonamento per le visure camerali. Per noi ognuna di queste operazioni risulta particolarmente onerosa. A dirla tutta, abbiamo un’inchiesta pubblicata da un giornale italiano che non ci è mai stata pagata».

Però avete messo a segno qualche bello scoop?

«Abbiamo fornito al Guardian ( prestigiosa testa del Regno Unito) un’inchiesta sulle sofisticazioni alimentari che avevamo proposto anche in Italia ma con scarso successo. Si trattava della storia del concentrato di pomodoro cinese venduto all’estero come italiano. Ne abbiamo anche fatta una sulla stessa linea che racconta la contraffazione nel mondo dell’olio d’oliva. Unica testata italiana; Il Fatto Quotidiano che ha pubblicato una parte dell’inchiesta, con notevole successo. Subito confermato dalle centinaia di commenti sul sito che chiedevano più spazio per tematiche relativa all’alimentazione. L’inchiesta sulle frodi agroalimentari è ancora aperta, e a breve la proporremo a varie testate internazionali».

Com'era partita la storia?

« La nostra ricostruzione della filiera era partita da una denuncia della Coldiretti sulle agromafie. Io, Giulio Rubino, e Lorenzo Bodrero ci siamo messi al lavoro dopo che l’associazione indipendente European Fund of Investigative Journalism ci aveva accordato un piccolo finanziamento. Un grosso sequestro nel Salernitano aveva svelato il meccanismo di una grande azienda, molto nota oltremanica, che utilizzava i pomodori cinesi per produrre un concentrato che veniva confezionato come italiano. Per il mito della cucina italiana in Inghilterra è stato un duro colpo, anche se il tribunale del riesame ha riaperto la procedura e il concentrato ha ripreso la strada dei mercati, in poche parole gli inglesi la salsa di pomodori cinesi se la sono mangiata. Ecco perché il Guardian è stato poi così interessato agli sviluppi e alla condanno in primo grado».

Come vede dalla sua posizione il giornalismo italiano?

«Credo che molte redazioni non vogliano pubblicare anche a causa delle restrizioni che provengono dalla nostra legislazione sulla diffamazione a mezzo stampa. Ma è anche vero che per qualche motivo spesso la scusa è che il pubblico non è interessato. In realtà, dall'altra parte dell'edicola, se così si può dire, è chiaro che il pubblico non vuole solo le storie di Belen, è interessato anche a quelle che gli forniscono informazioni sul mondo in cui vive. L'esempio del nostro lavoro sull'olio è esemplare, sicuramente anche la mitica “casalinga di Voghera” è interessata al tema. Capisco che certe cose complesse, come un’altra inchiesta che ci ha pubblicato l’Espresso su un ex-agente CIA scappato a Panama e connesso al caso Abu Omar possa essere un po’ meno facile da seguire, ma sono anche sicura che molti italiani col caffè pomeridiano, siano disposti a dedicarsi alla lettura di storie che siano più lunghe e intricate».

Come fate senza la rete di fonti che i giornali storici hanno in piedi?

«Irpi è una novità, e le novità spesso attraggono. Inoltre, Irpi ha lanciato una piattaforma in rete che si chiama Irpileaks, grazie al centro studi Hermes per la trasparenza e i diritti umani, che permette di inoltrare segnalazioni anonime tutelando la fonte. Sarà poi il nostro board di giornalisti a vagliare le segnalazioni e a sviluppare delle inchieste sui temi ritenuti di rilevanza pubblica e sulle notizie attendibili».

Il prossimo scoop?

«Un’inchiesta, un vero intrigo internazionale che parte però dall’Italia. Rifiutata nel nostro paese, ha suscitato interesse negli Usa e sarà pubblicata il prossimo gennaio».

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