La Nuova Sardegna

Donne che combattono la solitudine Il Teatro Sardegna rilegge Bennett

di Roberta Sanna
Donne che combattono la solitudine Il Teatro Sardegna rilegge Bennett

CAGLIARI. “Doris e Irene parlano da sole” propone i due monologhi al femminile “Una donna di lettere” e “Un biscotto sotto il sofà” di Alan Bennett - tra gli autori più rappresentati (nell’isola...

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CAGLIARI. “Doris e Irene parlano da sole” propone i due monologhi al femminile “Una donna di lettere” e “Un biscotto sotto il sofà” di Alan Bennett - tra gli autori più rappresentati (nell’isola hanno girato ben tre titoli del drammaturgo inglese) nella nuova produzione dello Stabile di Sardegna in scena sino a domenica scorsa al Minimax, regia di Guido De Monticelli e Veronica Cruciani.

Nella lista della spesa di Doris non manca la carta da lettere. Maniaca della corrispondenza con qualsivoglia istituzione, ne fa uso per infinite segnalazioni, dal gradino rotto al sospetto di incuria per il figlio della coppia di vicini.

Impersonata da Mariagrazia Bodio con deliziosa e ironica aderenza, Doris occhieggia e commenta da colorate e anguste inquadrature della sua casa. Consuma così la sua energia di osservatrice esclusa. In una escalation che passa dalla pedanteria ridicola al reato, finisce in prigione. E le si spalanca un mondo di relazioni affettive, di piccole cure, di scoperte, di possibilità, di futuro, di felicità, addirittura.

Irene, vedova settantacinquenne, sotto stretta osservazione degli assistenti sociali, ha mantenuto il privilegio di vivere nella propria casa. Fino al momento in cui ci appare, su uno sfondo lattiginoso, cangiante di proiezioni mentali e pareti domestiche. E lo sguardo rasoterra, sotto il divano, complici le videoproiezioni di Luca Brinchi. C’è il biscotto, il figlio nato morto, la caduta dallo sgabello, la prospettiva di finire al pensionato. Minimale e intenso, il consapevole addio alla vita è reso in lieve, arreso trascolorare nella bella, fine interpretazione di Lia Careddu.

Ma davvero Doris e Irene parlano da sole? Se così si definisce la convenzione scenica, grazie a Bennett, queste anziane donne, finalmente, oltre a riflettere da sole, parlano al pubblico, alla società. Si manifestano come individualità pensanti cariche di non detto, o meglio di inascoltato. Portatrici di storie personali, ricordi, manie, costrette in orizzonti ristretti, una casa, una stanza, e insieme rappresentanti e messaggere di tutto il disagio di un universo femminile, per età ormai fuori dal mondo del lavoro, e, quel che è peggio, fuori da quello delle relazioni. Perciò diciamo che questo è uno spettacolo politico, nel senso più ampio del termine. E non solo perché Bennet mette in evidenza le contraddizioni nella buona fede britannica nel “sistema” dei vari settori, sanitario, sociale e di “law and order”. Ma perché la contraddizione che produce esiti dolorosi, è già insita, e valida a qualsiasi latitudine, in quel tipo di passaggio. Quello delle persone, delle loro solitudini, che ad un certo punto diventano “casi”, clinici o sociali.

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