Costa Smeralda, inchiesta su evasione da 100 milioni di euro

L’ipotesi: fisco aggirato attraverso società riconducibili alla Colony Capital. Una decina di indagati. Nel 2012 il passaggio delle quote alla Qatar Holding

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PORTO CERVO. Un’evasione fiscale gigantesca, un tesoro da cento milioni di euro (più mora e interessi) che fa gola all’Agenzia della Entrate di Tempio. Soldi sottratti al fisco e dovuti all’erario italiano, e a quello meno esoso del Lussemburgo, per la vendita di una delle località turistiche più blasonate del Mediterraneo, la Costa Smeralda. Per la cui cessione (600 milioni di euro) da parte della Colony Capital agli emiri della Qatar Holding, nel 2012, non sarebbe stato versato un solo centesimo di tasse.

La clamorosa inchiesta – una decina finora gli indagati – aperta nell’ottobre scorso e seguita personalmente dal capo della procura della Repubblica di Tempio Domenico Fiordalisi, ha portato nei giorni scorsi il magistrato, due alti ufficiali del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Sassari e un drappello di militari delle fiamme gialle dentro uno dei santuari italiani dell’alta finanza, uno studio legale associato di Milano, con uffici a pochi passi dal Duomo e dalla Scala. Dove, rovistando per tre giorni tra archivi e personal computer, le fiamme gialle hanno scovato, tra i bilanci di diverse società operanti ad Arzachena, Porto Cervo, Milano e Lussemburgo, le indelebili tracce della gigantesca evasione fiscale.

Una selva di società (che sarebbero tutte riconducibili alla Colony Capital) finalizzata ad aggirare le norme statutarie e fiscali. Un disegno studiato e messo in atto da uno staff di avvocati, notai e commercialisti i quali lavorano nel prestigioso studio legale perquisito da cima a fondo nei giorni scorsi. Uno staff ad altissima specializzazione che avrebbe predisposto l’intreccio societario, strutturato come una Matrioska, dove i singoli individui – due sardi, quattro della penisola e altrettanti cittadini della Comunità europea – apparivano in diverse società, figurando a volte come amministratori o soci e alternandosi nella veste di venditori e acquirenti. Un dedalo di società unipersonali che farebbero capo ai fondi americani che possedevano parte degli asset turistici della Costa Smeralda e alla Colony Capital di Tom Barrack: le strutture sportive del Pevero e Tennis club, gli alberghi della catena Starwood e le giacenze immobiliari, un affare da seicento milioni di euro. Tom Barrack, il finanziere libanese con passaporto australiano e statunitense che è stato per un decennio a capo della Costa Smeralda, non è tra la decina di persone indagate dalla procura della Repubblica di Tempio, così come (al momento) non appare nel mirino dei magistrati e dei segugi della polizia tributaria la sua Colony Capital.

Gli investigatori, guidati dal capo della Procura Domenico Fiordalisi, hanno anche accertato, nella loro trasferta milanese, che non sarebbe stato pagato neppure un euro di tasse in Lussemburgo dove operavano, con operazioni finanziarie estero su estero, le diverse società che si sono occupate, nel 2012, della cessione al gruppo qatariota della Costa Smeralda. L’indagine, avviata nell’ottobre scorso da Domenico Fiordalisi, è andata avanti in questi mesi con acquisizioni “di routine” negli uffici della Costa Smeralda, a Porto Cervo, e in diverse società immobiliari operanti ad Arzachena. Le perquisizioni non passarono inosservate in quello che era considerato il regno di Karim Aga Khan. Un regno che non è mai stato immune da controlli e verifiche fiscali, ma mai erano state contestate le presunte violazioni di carattere fiscale della portata e ampiezza che affiora dalla inchiesta ancora in pieno svolgimento.

«Un’indagine complessa e ancora in fase istruttoria» ha detto ieri Domenico Fiordalisi, senza aggiungere ulteriori particolari. Nel corso della trasferta milanese il magistrato e la guardia di finanza hanno messo sotto sequestro (c’era un’ordine di perquisizione firmato dal gip del tribunale di Tempio) centinaia di documenti, otto personal computer, gli atti costitutivi delle società incriminate e i loro bilanci. Una trasferta più che proficua, che avrebbe portato all’acquisizione di «prove incontrovertibili dell’evasione fiscale». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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